Responsabilità per omissione della riscossione: la vicenda del Parco Verde di Caivano

Con la sentenza n. 486/2023, la Sezione giurisdizionale regionale per la Campania della Corte dei conti, si è pronunciata sulle conseguenze pregiudizievoli, per il Comune di Caivano, determinate dalla cattiva gestione del patrimonio immobiliare sito nel Parco verde di proprietà dell’ente.

L’articolata pronuncia, che si segnala per la ricchezza delle argomentazioni processuali e sostanziali affrontate e per la puntuale ricostruzione dei confini della responsabilità erariale dei soggetti coinvolti a vario titolo nella vicenda, evidenzia come il protrarsi della negligente inerzia dell’Amministrazione comunale abbia nel corso del tempo inciso in una vicenda non solo gravemente lesiva delle finanze dell’ente ma anche rilevante sotto il profilo delle ricadute in termini emergenza sociale e di ordine pubblico.

La vicenda sottoposta all’attenzione del Collegio è la seguente.

La Procura regionale ha evocato in giudizio alcuni dipendenti, nonché il segretario comunale e il Sindaco del Comune di Caivano, al fine di ottenere la condanna degli stessi per responsabilità erariale correlata all’omessa attivazione, nonostante la comprovata conoscenza della situazione, di qualsivoglia procedura per la riscossione (rispetto agli anni 2003-2008 e 2009, per gli immobili a destinazione abitativa, e nel periodo 2009-2013, per i locali ad uso commerciale) dei canoni e delle indennità di occupazione del dei cespiti facenti parte del complesso immobiliare “Parco Verde”, nonché per il danno non patrimoniale arrecato all’efficienza e al buon andamento della P.A.

In particolare, secondo la Procura tali omissioni avrebbero determinato la sottrazione di risorse vitali per un bilancio dell’Ente, già notoriamente in sofferenza, e contribuendo in tal modo, non solo alla lesione dell’equilibrio in sé ma anche all’ineludibile dichiarazione di dissesto.

Nel corso del giudizio la Sezione, pronunciandosi con sentenza non definitiva, ha:

– respinto le eccezioni di inammissibilità/nullità nonché di prescrizione dell’azione di responsabilità erariale formulate dalle difese dei convenuti;

– dichiarato l’inammissibilità della domanda risarcitoria avanzata dal requirente per danno non patrimoniale (danno all’immagine) derivante dalla lesione del diritto al buon andamento della P.A.;

– dichiarato “non manifestamente infondate, in riferimento agli artt. 3, 24, 76, 81 e 111 della Costituzione, le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 83, commi 1° e 2°, del Codice di Giustizia Contabile e sospeso il giudizio.

A seguito della pronuncia della Corte cost. sent. 203/2022 il Collegio, riunito i giudizi, ha respinto le eccezione pregiudiziali e preliminari, sollevate dalle Difese dei convenuti, concernenti:

– l’asserita inammissibilità dell’atto di citazione per violazione degli artt. 67 e 68 C.G.C, per essere stato notificato oltre il termine di 120 dalla scadenza del termine per il deposito delle controdeduzioni, in quanto i commi 5 e 6 dell’articolo 67 C.G.C., prevedono che “Il procuratore regionale deposita l’atto di citazione in giudizio, a pena di inammissibilità dello stesso, entro centoventi giorni dalla scadenza del termine per la presentazione delle deduzioni da parte del presunto responsabile del danno, salvo quanto disposto dall’articolo 86” e che “Nel caso l’invito a dedurre sia stato emesso contestualmente nei confronti di una pluralità di soggetti, il termine di cui al comma 5 decorre dal momento del perfezionamento della notificazione per l’ultimo invitato; in tutti gli altri casi, decorre autonomamente per ciascun invitato dal momento del perfezionamento della notificazione nei suoi confronti”;

– la violazione dei termini di cui all’art. 88, commi 2 e 3, C.G.C, essendo stato il decreto di fissazione della prima udienza di discussione, notificato ai convenuti oltre il termine stabilito di trenta giorni dalla comunicazione del medesimo decreto, nonché solo sessantanove (anziché novanta) giorni prima della data dell’udienza in parola, ritenendo “sufficiente osservare in proposito, come il termine (non inferiore a trenta giorni) assegnato dal Presidente della Sezione giurisdizionale per la notifica dell’atto di citazione sia espressamente definito dalla Legge come ordinatorio (art. 88, comma 2, C.G.C.), mentre per la violazione del termine di comparizione di 90 giorni sia semplicemente prevista -in caso di mancata costituzione del convenuto- la fissazione di una nuova udienza nel rispetto dei termini (art. 86, comma 10, C.G.C.);

– l’inammissibilità dell’azione erariale per mancanza del requisito della concretezza/attualità del danno rilevato dal requirente, affermando che “l’eventuale non rilevabilità in concreto del nocumento erariale oggetto dell’azione risarcitoria del requirente contabile, attiene non a profili di rito, bensì ovviamente ad aspetti di merito dell’azione medesima, ovvero ne pregiudica non l’ammissibilità ma la fondatezza giuridica”.

– l’improcedibilità/improponibilità della domanda per “illegittima parcellizzazione della stessa”, ritenendo che “le domande giudiziali della Procura regionale derivano, in realtà, da molteplici notizie di danno, tali da dar luogo a distinte risultanze istruttorie conseguite ad attività d’indagine fondate su autonome ragioni di credito”;

– l’istanza di autorizzazione alla chiamata in causa dell’impresa assicuratrice, ciò in quanto “secondo la costante giurisprudenza contabile […] le richieste di chiamata in causa delle compagnie assicurative vadano dichiarate inammissibili, non essendo il giudice contabile investito di ius iurisdictionis circa i rapporti tra dette società e le parti in un processo contabile, risultando estraneo detto rapporto, di natura civilistica, intercorrente tra il medesimo soggetto e la sua compagnia assicuratrice” (Sez. I App., sent. n. 114/2019).

– l’intervenuta prescrizione quinquennale dell’azione erariale, ritendo di aderire al consolidato orientamento giurisprudenziale, secondo il quale “trattandosi di mancate riscossioni concernenti rapporti di locazione […] oppure di mancati introiti per omessa riscossione di indennità di occupazione- la perdita erariale per le entrate non riscosse ha acquisito i caratteri della certezza e della definitività quando è spirato il termine di prescrizione decorrente dal maturare del diritto di credito da recuperare solo in tale momento può essere individuato il dies a quo della prescrizione quinquennale imputabile al soggetto chiamato a rispondere innanzi al Giudice contabile per il conseguente danno erariale”.

In definitiva, il termine quinquennale di prescrizione dell’azione erariale decorre dal momento della definitiva perdita per l’Ente del diritto di credito.

Sulla natura, decennale o quinquennale, del termine prescrizionale applicabile alle indennità di occupazione vengono richiamate le osservazioni contenute nella sentenza 889/2021 della Sez. Giur Campania. Al riguardo, la Sezione, dopo aver riportato i tre orientamenti giurisprudenziali (il primo applica il termine di prescrizione quinquennale previsto dal regime della responsabilità extracontrattuale, il secondo prevede il medesimo termine ma con applicazione estensiva della disciplina prescrizionale di cui all’art. 2948, co. III, c.c. infine il terzo orientamento, per contro, sostiene, l’applicabilità ai crediti in rilievo dell’ordinario termine decennale posto dall’art. 2946 c.c. in tema di prescrizione dei diritti) ritiene che il termine di prescrizione non possa che essere quinquennale trovando applicazione l’art. 2948, comma 1, n. 3, c.c. (qualora si voglia ritenere prorogato il contratto di locazione originario) oppure l’art. 2947 c.c. in quanto l’occupazione illegittima integra, pur sempre, un fatto illecito da cui discende il diritto al risarcimento del danno.

Nel merito, la Sezione condividendo le prospettazioni contenute nell’atto introduttivo del giudizio circa il ruolo svolto dai convenuti nella causazione del danno, ha effettuato le seguenti osservazioni.

Con riguardo all’elemento oggettivo del contestato illecito amministrativo-contabile, il Collegio, contrariamente a quanto sostenuto dalle difese dei convenuti circa l’asserita mancanza di supporto probatorio in punto di sussistenza del danno oggetto dell’azione risarcitoria e sulla quantificazione del danno, condividendo le prospettazioni della Procura regionale e richiamando la sentenza SS.UU. C. Cass. n. 33645/2022 citata anche dalle Difese dei convenuti, afferma che “oggetto dell’azione risarcitoria esperita, non è il lucro cessante -che per essere concretamente rilevato, necessita di prova inerente la percepibilità di un canone di importo superiore effettivamente offerto- ma il danno emergente, derivato dall’impossibilità, determinata dall’occupazione dell’immobile senza titolo o perdurante anche dopo la scadenza del titolo, di godere del bene, direttamente o mediante concessione in locazione dell’immobile stesso ad altro soggetto …. e che il pregiudizio erariale in parola è commisurabile al canone di mercato afferente i locali medesimi” aggiungendo che “l’eventuale stato attuale di abbandono di uno o più locali, è del tutto irrilevante ai fini della presente analisi della vicenda” così come “la volontà amministrativa e dirigenziale del Comune di Caivano di perseguire la strada della dismissione del patrimonio immobiliare ricompreso nel complesso del Parco Verde

Ciò che invece, incide su tale quantificazione determinando una riduzione dell’importo complessivo, è la circostanza, posta in risalto da tutte le Difese dei convenuti, dell’elevata improbabilità -rasente l’impossibilità -che i canoni di locazione e/o le indennità di occupazione relativi alle unità abitative e ai locali commerciali, afferenti le unità e i periodi indicati dal requirente, sarebbero stati integralmente riscossi in ragione dell’essere i soggetti morosi/occupanti abusivi, nullatenenti e/o dediti ad attività criminali.

Con riguardo all’analisi del nesso eziologico individuabile tra il predetto nocumento e le condotte dei convenuti, il Collegio osserva come “l’inerzia amministrativa riguardante la gestione del complesso immobiliare del Parco Verde -e in particolare, l’attività di riscossione dei canoni di locazione e delle indennità di occupazione alla cui corresponsione i soggetti fruitori delle unità immobiliari in esso collocate, erano obbligati risulta in maniera chiara ed incontestabile dagli atti di causa”, a ciò si aggiunga anche l’inadempimento dell’obbligo di denuncia di danno erariale alla Procura contabile di cu all’art. 53 R.D. 1214/1934. Tali condotte omissive hanno finito per “per generare la diffusa sensazione di legittimità dei comportamenti lesivi con enorme danno erariale, stimato per alcuni milioni di euro, e, al contempo, ha consentito la strategica colonizzazione dell’area da parte della criminalità organizzata”.

Tuttavia, ha ravvisato efficacia causativa del pregiudizio erariale, condividendo quanto evidenziato dalle Difese dei convenuti, anche nell’attività omissiva imputabile ad altri soggetti coinvolti a vario titolo nella gestione del complesso immobiliare nel periodo oggetto di causa, le cui condotte sono invece state ritenute dalla Procura non rilevanti ai fini causativi del pregiudizio erariale.

Infine, con riguardo all’elemento soggettivo del rilevato illecito amministrativo-contabile, che il requirente descrive alla stregua di colpa grave, il Collegio ha affermato la condivisibilità della prospettazione attorea anche sul punto, ovvero la concreta rilevabilità in fattispecie della grave negligenza dimostrata dai convenuti nella conduzione della vicenda foriera del pregiudizio erariale.

In particolare, dal quadro probatorio emerge il concorso in una gestione organizzativa caotica, caratterizzata da sconfortante disinteresse nell’espletamento corretto dei doveri istituzionali aggravata dalla dichiarazione del dissesto finanziario dell’Ente.

A ciò si aggiunga la contestazione di un ulteriore profilo di antigiuridicità, inerente l’omessa segnalazione, in violazione dell’art. 53 R.D. 1214/1934, di una ipotesi di danno, commessa da soggetti apicali, la quale ha indubbiamente inciso nella determinazione del pregiudizio erariale nella misura in cui, secondo un criterio di regolarità causale, qualora correttamente effettuata, avrebbe evitato la produzione dell’accertato nocumento ovvero ne avrebbe, quantomeno, frenato la propagazione.

La sentenza per intero qui

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