Recovery e Piano Marshall: differenze e somiglianze

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Magistrato della Corte dei conti, consigliere

In attesa del dibattito parlamentare riguardante il piano per i fondi del Next Generation EU, sembra interessante approfondire le differenze e le somiglianza tra questo piano di recovery e quello noto come Piano Marshall che interessò l’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale e che fu finalizzato alla “ricostruzione”. I due interventi vengono spesso paragonati, poichè in termini di risorse (attualizzando quelle del PM) le cifre sono molto simili.

Cominciando dalle somiglianze colpisce il nome: quello noto come Piano Marshall in realtà si chiamava European Recovery Program; un’ulteriore analogia riguarda la durata visto che l’orizzonte temporale dei due interventi è triennale, almeno nella sua prima fase: per il Next Generation Fund infatti la durata prevista è 2021-2023 mentre il Piano Marshall ha operato tra il 1948 e il 1951. Tra le differenze più note è banale constatare che il Finanziatore del piano erano gli USA, quindi un soggetto terzo rispetto agli Stati destinatari degli aiuti, mentre il Next Generation è finanziato, seppur indirettmente, dagli stessi Stati che ricevono gli aiuti.

Il principale beneficiario del PM fu il Regno Unito che ricevette aiuti dell’ordine del 50% di quanto messo a disposizione. A seguire Francia (intorno al 20%) e Italia e Germania, ciascuna per il 10%. Qui emerge un’ulteriore differenza. Dal piano Next Generation EU il Regno Unito è escluso, causa Brexit, e l’Italia è il principale beneficiario più della Francia e della Germania.

Da un punto di vista generale, o se vogliamo strategico, il PM era indirizzato a “riparare” ciò che si poteva riparare, agendo il più presto possibile, rivitalizzando i settori già dominanti nell’economia anteguerra; non si puntava a piani di lungo periodo, per lo meno non nella prima fase. Gli USA, infatti, desideravano una ripresa immediata dell’economia europea nonché la stabilizzazione politico-sociale. Il Presidente Truman, attirandosi critiche da parte dello stesso Marshall, affermò che sarebbero stati aiutati di più i Paesi che si fossero opposti con più forza al comunismo.

Ma le vere differenze non sono quelle elencate fin qui, bensì risiedono nell’effettivo funzionamento degli aiuti.

In primo luogo, c’era un significativo problema di valuta: tutti gli Stati potevano operare verso gli USA e in dollari, ma non esistevano sistemi di riconoscimento reciproco delle valute nazionali né tassi di cambio affidabili. Si veniva infatti da un lungo periodo di autarchia, protezionismo e guerra: la moneta era affare nazionale e i diritti doganali pesavano sugli scambi. Questo fu un enorme problema che venne affrontato fin dall’inizio del PM costruendo un sistema di scambio monetario che transitasse sempre dai dollari (una sorta di triangolazione dei pagamenti). Questo aspetto occupò una significativa dose di energie negli organizzatori del PM. Per nostra fortuna è un problema che oggi non c’è: abbiamo l’euro e una sostanziale integrazione dei mercati. C’è di che esserne sollevati, con buona pace dei detrattori della moneta unica.

La seconda differenza risiede nel tipo di aiuti. Anche se si trattava di aiuti economici, essi consistevano, in buona sostanza, in merci e macchinari. Non stupisce che all’inizio furono soprattutto beni alimentari (specie nel Regno Unito), poi fonti di energia (carbone) e materie prime quali il cotone. Gli USA fornivano anche attrezzature e macchinari industriali, che tramite un complicato sistema di ordini venivano di fatto resi disponibili all’industria in fase di riconversione dal settore bellico al civile. Certo l’Industria in Italia era per buona parte pubblica (in mano all’IRI) perché nazionalizzata dopo la crisi del 1929 o in occasione della guerra, ma in ogni caso non si trattava di finanziare “spesa pubblica” propriamente intesa, quanto soprattutto il settore agricolo e quello industriale. Anzi, vi era chi negli USA avrebbe preferito una maggior spesa pubblica di tipo Keynesiano che almeno nella fase  fu sostanzialmente assente.

In sostanza, l’aiuto “finanziario”, cioè la spesa di fondi, era una derivata del PM: macchinari e materie prime erano oggetto di vendita o prestito a prezzi molto bassi e il ricavato andava a costruire il Fondo Lire gestito dalla Banca d’Italia. C’erano anche prestiti di carattere monetario, ma principalmente servivano a regolare il sistema di scambio di valute di cui si è detto sopra.

E’ solo quando, con Mattei ed Einaudi, si sblocca il Fondo Lire (fino a quel momento oggetto di tesaurizzazione almeno in Italia) che inizia la fase di spesa pubblica infrastrutturale che in Italia riguardò soprattutto comunicazioni e trasporti. Francia e Germania, invece, investirono principalmente nel settore energetico e la Gran Bretagna decise di utilizzare i fondi per ridurre il debito pubblico[1].

In questa seconda fase, utilizzando il tesoretto che derivava dal PM, l’Italia finanziò alcune bonifiche e, in generale, il settore agricolo anche attraverso forme di prestito agevolato (28%), la rete ferroviaria e altri lavori pubblici (30%); il 23% dei fondi furono investiti per incentivare la modernizzazione dell’apparato industriale; infine l’8% delle risorse furono destinate ai progetti individuati dal Ministero del Lavoro tra cui il “Piano Case”.

Si calcola che circa 2/3 del Fondo Lire furono destinati al Meridione, soprattutto Sicilia e Campania (mentre nella fase precedente, l’arrivo di macchinari e materie prime aveva favorito soprattutto il nord, in particolare Piemonte e Lombardia).

Tutte le scelte furono condivise con l’ECA (European Cooperation Administration) che era l’ente americano che gestiva i fondi del Piano Marshall.

In occasione di una delle discussioni con i funzionari dell’ECA, il Ministro dell’Industria e del Commercio (Roberto Tremelloni) dovette rinunciare alla parte di fondi destinati a versare sussidi ai partecipanti ai corsi di riqualificazione. Gli fu fatto notare, infatti, che i fondi del piano non dovevano essere destinati a sussidi, ma a spesa di investimento: i corsi di riqualificazione vennero finanziati, ma senza assegno per i partecipanti.

L’ECA cercò anche insistentemente di spostare fondi sul settore edilizio al quale riconosceva un contributo strategico per garantire occupazione. Alla fine del finanziamento erano stati costruiti con il Fondo Lire più di 6 milioni di vani abitativi.

Infine, interessa rilevare dove si situò quella che oggi si chiamerebbe la “cabina di regia”. Il Piano fu gestito, dal lato dei finanziatori dalla già citata European Cooperation Administration. Dal lato italiano la complessiva strategia era in mano al Ministro dell’Industria e del Commercio. Fin dalla prima fase, poi, fu coinvolta la Confindustria che, tramite consultazioni con i suoi associati, collaborò in modo significativo alla definizione di quali ordini effettuare soprattutto nella fase iniziale del piano.

  1. Francesca Fauri, Il piano Marshal e l’Italia, il Mulino, 2010, p. 173

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