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BREVI OSSERVAZIONI IN MATERIA DI TRATTAMENTO ECONOMICO DEI MAGISTRATI CONTABILI

11/06/24 Maria Cristina Razzano

 

Alla memoria di Fabio Viola

Con affetto e stima

Sommario

1.I principi costituzionali ed eurounitari in materia di trattamento economico dei magistrati contabili e la riserva di legge.

2. La struttura dello stipendio.

3. L’adeguamento triennale.

4. Le criticità.

5. I limiti del sistema.

6. Conclusioni

  1. I principi costituzionali ed eurounitari in materia di trattamento economico dei magistrati contabili e la riserva di legge.

La retribuzione dei magistrati è disciplinata direttamente ed esclusivamente dalla legge. La riserva di legge – estesa a tutto il pubblico impiego[1] prima delle riforme introdotte con il decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29 e dai successivi interventi normativi[2], poi confluiti nel decreto legislativo 30 marzo 2001, n.165 quale diretto corollario del principio sancito dall’art. 97 Cost. [3] – è rimasta in vita soltanto per alcune categorie di lavoratori pubblici “non contrattualizzati”[4], dopo l’entrata in vigore delle norme sopravvenute, assecondando l’esigenza di un bilanciamento tra valori costituzionalmente garantiti[5]. La Corte costituzionale ha, in più occasioni, precisato come il precetto dell’indipendenza della magistratura (art. 101 Cost.) debba essere salvaguardato anche sotto il profilo economico e, in particolare, in riferimento al meccanismo di adeguamento automatico, ribadendo come la strada prescelta dal legislatore eviti l’assoggettamento a periodiche rivendicazioni nei confronti di altri poteri, concretizzando «una guarentigia idonea a tale scopo»[6]. Il principio di indipendenza – che investe tutti i plessi giurisdizionali e si traduce nell’assoggettamento del giudice soltanto alla legge – manifesta, dunque, tutta la sua forza espansiva anche rispetto anche gli aspetti puramente economici e retributivi del rapporto di lavoro, posto che anche in relazione a questi ultimi occorre rifuggire da interferenze e da ogni possibile condizionamento. Il rifiuto delle logiche contrattualistiche è tutto nel perimetro delineato dall’Assemblea costituente. Viene, tuttavia, da chiedersi se e in quale misura la garanzia dell’indipendenza prevalga sulle crescenti istanze di pari tutela della dignità e del decoro della categoria, da realizzarsi anche mediante un adeguato trattamento retributivo[7], in ossequio a un’interpretazione eurounitaria dell’art. 36 Cost. I parametri della “adeguatezza” e della “proporzionalità” hanno, infatti, trovato riscontro nei documenti del Consiglio Europeo. La Raccomandazione 12/1994 sull’indipendenza, efficienza e ruolo dei giudici, prevede che la remunerazione deve essere garantita dalla legge (principio I, n. 2, lett. a.ii) e che deve essere commisurata alla dignità del ruolo (principio III, n. 1, lett. b). Parimenti la Carta europea dell’8-10 luglio 1998 sullo stato dei giudici, al § 6, rinvia a un livello retributivo adeguato che costituisca una garanzia per la loro indipendenza ed imparzialità dei singoli magistrati. La stessa esigenza è stata ribadita dalla Raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa del 17 novembre 2010 (rubricata CM/Rec 2010-12), laddove si stabilisce che le retribuzioni, fissate dalla legge (art. 53), siano commisurate al ruolo professionale, alle responsabilità e a livelli tali da rendere i magistrati “immuni da qualsiasi pressione od influenza esterna sulle decisioni”; nonché viene previsto il diritto ad una pensione, il cui livello deve esser ragionevolmente rapportato alla retribuzione dei giudici in servizio (art. 54). Nel Parere CCJE n. 1 del 23 novembre 2001, concernente gli standards europei sull’indipendenza dei giudici, al punto 62, considera importante l’introduzione di specifiche previsioni di legge, atte ad impedire la riduzione dei salari dei giudici nonché ad assicurare il loro incremento in linea con l’aumento del costo della vita.

In tale direzione si collocano quelle pronunce della Consulta che hanno dapprima accertato la “tenuta costituzionale” di norme (quali quelle contenute nel d.l. n. 384 del 1992) emanate “in un momento assai delicato per la vita economico-finanziaria del Paese, caratterizzato dalla necessità di recuperare l’equilibrio di bilancio”, sul duplice presupposto che soltanto “per esigenze così stringenti” il legislatore può imporre “a tutti sacrifici anche onerosi (sentenza n. 245 del 1997)” e le limitazioni economiche “possono ritenersi non lesive del principio di cui all’art. 3 della Costituzione (sotto il duplice aspetto della non contrarietà sia al principio di uguaglianza sostanziale, sia a quello della non irragionevolezza), a condizione che i suddetti sacrifici siano eccezionali, transeunti, non arbitrari e consentanei allo scopo prefisso”[8], per poi giungere a sancire un vero e proprio divieto di reformatio in pejus delle retribuzioni magistratuali. In occasione della rimessione della questione di legittimità costituzionale relativa all’art. 9, comma 22, del d.l. n. 78 del 2010 – nella parte in cui era disposto che, per il personale di cui alla legge n. 27 del 1981, non erano erogati, senza possibilità di recupero, gli acconti degli anni 2011, 2012 e 2013 e il conguaglio del triennio 2010-2012, e che per tale personale, per il triennio 2013-2015, l’acconto spettante per l’anno 2014 era pari alla misura già prevista per l’anno 2010, mentre il conguaglio per l’anno 2015 veniva determinato con riferimento agli anni 2009, 2010 e 2014, nonché nella parte in cui non escludeva che al detto personale fosse applicato il primo periodo del comma 21 – è stato solennemente rilevato che il blocco degli incrementi avrebbero prodotto una sostanziale riduzione del trattamento economico non giustificato né dalle esigenze di “raffreddamento della dinamica retributiva” né dalle “esigenze di bilancio”. “In tale contesto, il fatto che i magistrati, in quanto esclusi dalla possibilità di interloquire in sede contrattuale, si giovino degli aumenti contrattuali soltanto con un triennio di ritardo, salva la previsione di acconti, non può consentire di arrecare esclusivamente ad essi un ulteriore pregiudizio, consistente non soltanto nella mancata progressione relativa al triennio precedente, ma anche conseguente all’impossibilità di giovarsi di quella che la contrattazione nel pubblico impiego potrebbe raggiungere oltre il triennio di blocco. In questo senso, l’intervento normativo censurato, oltre a superare i limiti costituzionali indicati dalla giurisprudenza di questa Corte, che collocava in ambito estremo una misura incidente su un solo anno, travalica l’effetto finanziario voluto, trasformando un meccanismo di guarentigia in motivo di irragionevole discriminazione[9].

2. La struttura dello stipendio.

Il trattamento economico dei magistrati ordinari, amministrativi, contabili, militari e degli avvocati e procuratori dello Stato è stato disciplinato dalla legge 24 maggio 1951 n. 392 e poi dalla legge 2 aprile 1979 n. 97 che ha rideterminato, con effetto dal 1° gennaio 1979, la misura degli stipendi (compresi gli emolumenti di cui alla legge 28 aprile 1976, n. 155, ed alla legge 14 aprile 1977, n. 112) salva l’attribuzione dell’indennità integrativa speciale e delle altre competenze (art. 9, commi 1 e 2). Lo stipendio annuo lordo è “tabellare”, nel senso che è definito dal legislatore mediante apposita tabella allegata al testo normativo, nella quale ad ogni qualifica corrisponde un distinto livello stipendiale[10]. Dal confronto tra gli stipendi fissati nelle dette tabelle si evince che il trattamento economico del Referendario della Corte dei conti è stato equiparato a quello di un Magistrato di Tribunale (all’epoca dopo tre anni dalla nomina), quello del Primo Referendario al Magistrato di Corte di appello, quello di Consigliere al Magistrati di Corte di cassazione, quello di Presidente di sezione e di Procuratore generale della Corte dei conti al Magistrato di Corte di cassazione nominato alle funzioni direttive superiori, quello di Presidente della Corte dei conti al Procuratore generale, o Presidente aggiunto della Corte di cassazione o Presidente del Tribunale superiore delle acque pubbliche: al vertice della piramide economica rimane il Primo Presidente della Corte di cassazione.

La progressione di carriera si è nel corso degli anni sempre più emancipata dalla rigidità degli inquadramenti previgenti. Per la magistratura ordinaria, le riforme intervenute con la legge 25 luglio1966, n. 570, sulla nomina a magistrato di Corte d’Appello, e con la legge 20 dicembre 1973, n. 831, sulla nomina a Magistrato di Cassazione, hanno definitivamente cancellato la cd. “progressione verticale interna” mediante concorso, prevedendo possibilità di progressione a “ruoli aperti”. I passaggi di qualifica avvenivano, a seguito di una valutazione del Csm, dopo un certo numero di anni trascorsi nella qualifica precedente (dopo due anni l’uditore diventava magistrato di tribunale, dopo 13 anni diventava consigliere d’appello, dopo 20 consigliere di cassazione, dopo 28 magistrato idoneo alle funzioni direttive superiori; un ulteriore passaggio retributivo, indipendente dalla qualifica, era conseguito dopo tre anni dalla nomina a magistrato di tribunale). Tale quadro normativo è stato inciso dai sistemi di valutazione introdotti con il d. lgs. 5 aprile 2006, n. 160, recante “Nuova disciplina dell’accesso in magistratura, nonché in materia di progressione economica e di funzioni dei magistrati, e dalla legge 30 luglio 2007, n.111, recante “Modifiche alle norme sull’ordinamento giudiziario”[11].

Per la magistratura contabile, già con l’approvazione della legge 20 dicembre 1961, n. 1345, le progressioni di carriera sono state agganciate a meccanismi basati sull’anzianità di servizio, previo parere di promuovibilità. In occasione dell’istituzione della quarta e una quinta Sezione speciale per i giudizi su ricorsi in materia di pensioni di guerra, è stato previsto, infatti, che, fermo restando l’ingresso in magistratura per concorso con la qualifica di referendario, le promozioni da referendario a primo referendario fossero disposte con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri. Il giudizio, a scelta o secondo il turno di anzianità, era espresso dalla seconda sezione del Consiglio di presidenza della Corte dei conti, mentre le promozioni da primo referendario a Consigliere o Vice Procuratore Generale e quelle da Consigliere o Vice Procuratore Generale a Presidente di Sezione o Procuratore Generale erano formalizzate con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, sentito il Consiglio dei ministri, “previo parere di promovibilità dato dalla prima sezione del Consiglio di presidenza della Corte dei conti” (art. 13).

Con l’entrata in vigore della legge 27 aprile 1982, n. 186, la magistratura amministrativa si è adeguata a quella ordinaria, introducendo il passaggio di qualifica previo giudizio di “non demerito”[12], sia pure con diverse posizioni di partenza tra T.A.R. e Consiglio di Stato[13], ed estendendo le norme di legge previste per i magistrati ordinari in materia di trattamento economico onnicomprensivo, di prima sistemazione e di trasferimento, nonché di indennità di missione (art. 30). Il passaggio dal giudizio “di promuovibilità” a quello di “non demerito”, per la magistratura contabile è maturato soltanto con legge 3 aprile 1988, n. 117, con la quale viene abolito il rapporto informativo di cui agli articoli 29 del regio decreto 12 ottobre 1933, n. 1364, e 4 della legge 13 ottobre 1969, n. 691, ed esteso ai referendari e primi referendari il regime previsto dagli articoli 17, 18, 50, settimo comma, e 51, primo comma, della legge 27 aprile 1982, n. 186, con decorrenza dall’entrata in vigore della legge (artt. 11-13). Ai magistrati del Consiglio di Stato, della Corte dei conti, dei tribunali amministrativi regionali e della giustizia militare nonché agli avvocati e procuratori dello Stato in servizio all’entrata in vigore della legge era attribuito un aumento periodico aggiuntivo non riassorbibile, indipendentemente dall’anzianità maturata nelle singole qualifiche (art. 9, comma 3). Quest’ultima disposizione è stata, poi, oggetto di interpretazione autentica con legge 6 agosto 1984, n. 425, nel senso che ai magistrati sopra indicati avrebbe dovuto attribuirsi un beneficio economico una tantum (“per una sola volta”), qualunque fosse la qualifica posseduta o la classe di stipendio acquisita (art. 1, comma 3). Con la stessa legge (art.2), è stata estesa ai magistrati del Consiglio di Stato, della Corte dei conti, dei tribunali amministrativi regionali e della giustizia militare, nonché agli avvocati e procuratori dello Stato la c.d. indennità giudiziaria, di eguale importo per tutti i magistrati, già riconosciuta agli ordinari, in aggiunta allo stipendio come quantificato nelle tabelle (art. 3 legge 19 febbraio 1981 n. 27). L’indennità, istituita provvisoriamente fino all’approvazione di una nuova disciplina del trattamento economico del personale di cui alla legge 2 aprile 1979, n. 97, non è “pensionabile” ed era determinata forfettariamente, in relazione agli oneri sostenuti “nello svolgimento della loro attività”, in Lire 4.400.000 annue, da corrispondersi in ratei mensili con esclusione dei periodi di congedo straordinario, di aspettativa per qualsiasi causa, di astensione facoltativa previsti dagli articoli 32 e 47, commi 1 e 2, del testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 e di sospensione dal servizio per qualsiasi causa, né computabile nella determinazione dell’indennità integrativa speciale prevista dall’articolo 1 della legge 31 ottobre 1965, n. 1261. Si deve poi alla stessa legge n. 425/1984, l’introduzione, con effetto dal 1° luglio 1983, di una progressione meramente economica degli stipendi del personale di cui alla legge 19 febbraio 1981, n. 27, che si sviluppa in otto classi biennali del 6 per cento – da determinarsi sullo stipendio iniziale di qualifica o livello retributivo – ed in successivi aumenti biennali del 2,50 per cento, da calcolare sull’ultima classe di stipendio (art. 3).

Una permanente e piena equiparazione del pertinente trattamento economico tra giudici “speciali” e “ordinari”, a parità di qualifica, può dirsi raggiunta soltanto per effetto dell’entrata in vigore dell’art 50 della legge 388/2000. A decorrere dal 1° gennaio 2001, senza diritto alla corresponsione di arretrati e con assorbimento di ogni anzianità pregressa, ai magistrati di Cassazione, del Consiglio di Stato, dei Tribunali amministrativi regionali, della Corte dei conti e agli avvocati dello Stato, che non hanno fruito dei riallineamenti stipendiali conseguenti all’applicazione delle norme soppresse dal decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1992, n. 359, è attribuito, all’atto del conseguimento, rispettivamente, della qualifica di consigliere o di avvocato dello Stato alla terza classe di stipendio, il trattamento economico complessivo annuo pari a quello spettante ai magistrati di Cassazione di cui all’articolo 5 della legge 5 agosto 1998, n. 303. La scelta del legislatore è dichiaratamente ispirata da “fini perequativi” e dalla necessità di considerare la soglia di ingresso alle magistrature speciali, ben più elevata rispetto a quella dei giudici ordinari, in considerazione delle barriere costituite sia dai requisiti di accesso (si tratta di un concorso di secondo livello, in quanto i magistrati della Corte dei conti sono reclutati tramite un concorso pubblico per titoli ed esami al quale sono ammessi a partecipare magistrati ordinari, amministrativi, avvocati dello Stato e del libero Foro, militari, e impiegati e funzionari pubblici in possesso dei requisiti richiesti dalla legge) sia dall’elevato numero di prove selettive. La nuova tabella di equiparazione ha comportato indubbi effetti migliorativi sul trattamento stipendiale. Basti pensare che, mentre nell’assetto previgente il magistrato contabile, divenuto Consigliere, conseguiva la seconda classe di stipendio laddove il collega di Cassazione fruiva già della ottava classe con un aumento biennale, portandosi avanti ben 14 anni di maggior trattamento economico, l’effetto della citata normativa è stato quello di riconoscere a tutti 8 classi e 3 aumenti biennali, corrispondente al trattamento del (l’allora) magistrato di cassazione emerito.

Senonché l’art. 2, comma 11, della l. n. 111 del 2007 ha sostituito la tabella degli stipendi allegata alla legge n. 27 del 1981, eliminando la qualifica di “uditore giudiziario”: infatti, alla stregua degli artt. 8 e 9 del d. lgs. n. 160 del 2006, come modificato dall’art. 1 della l. n. 111 del 2007, il magistrato vincitore di concorso viene immediatamente nominato “magistrato ordinario”, e svolge un periodo di tirocinio della durata di 18 mesi; per questo periodo di 18 mesi il magistrato ha la “qualifica” di “magistrato ordinario in tirocinio” e dopo i 18 mesi assume la qualifica di “magistrato ordinario”. Di conseguenza nella nuova tabella il primo livello retributivo, corrispondente a quello di “magistrati ordinari in tirocinio”, è stato equiparato al secondo livello della vecchia tabella, ovvero agli “uditori giudiziari (dopo sei mesi)”, il terzo livello retributivo della nuova tabella è stato attribuito ai “magistrati ordinari dalla prima valutazione di professionalità”, che si consegue dopo quattro anni dalla nomina (il corrispondente livello della vecchia tabella, ossia “magistrati di tribunale dopo tre anni dalla nomina”, si otteneva dopo cinque anni dalla nomina a magistrato: due anni di uditore più tre anni di magistrato di tribunale). Per i successivi livelli retributivi, la nuova tabella ha previsto invece – sempre ovviamente in relazione alla necessità di superamento delle “valutazioni di professionalità” – progressioni non dissimili da quelle della vecchia tabella, quanto ad anzianità per maturare le ulteriori qualifiche. Il quarto livello retributivo della nuova tabella (“magistrati ordinari dopo un anno dalla terza valutazione di professionalità”) è stato fissato dopo tredici anni dalla nomina a magistrato, esattamente come il corrispondente livello della vecchia tabella (“magistrati di corte d’appello”), e il quinto livello retributivo (“magistrati ordinari dalla quinta valutazione di professionalità”) dopo 20 anni dalla nomina (esattamente come il corrispondente livello della vecchia tabella di “magistrati di corte di cassazione”), e il sesto livello della nuova tabella (“magistrati ordinari alla settima valutazione di professionalità”) si consegue dopo 28 anni dalla nomina (esattamente come il corrispondente livello della previgente tabella per i “magistrati di corte di cassazione nominati alle funzioni direttive superiori”). L’art. 51 del d. lgs. n. 160 del 2006, come sostituito dall’art. 2, comma 12, della l. n. 111 del 2007, ha fatto espressamente salva la perdurante vigenza di “tutte le disposizioni in materia di progressione stipendiale dei magistrati ordinari”, e in particolare, oltre alle disposizioni in tema di adeguamento automatico di cui alla citata l. n. 27 del 1981, quelle di cui alla legge 6 agosto 1984, n. 425 e quindi “la progressione per classi e scatti, alle scadenze temporali ivi descritte e con decorrenza economica dal primo giorno del mese in cui si raggiunge l’anzianità prevista”. E, tuttavia, l’art. 11, comma 12, aggancia alla valutazione negativa la perdita del diritto all’aumento periodico di stipendio per un biennio, e “il nuovo trattamento economico eventualmente spettante è dovuto solo a seguito di giudizio positivo e con decorrenza dalla scadenza del biennio”, ma se il Consiglio superiore della Magistratura, previa audizione del magistrato, esprime un secondo giudizio negativo, “il magistrato stesso è dispensato dal servizio”. Inoltre, se il magistrato ordinario tirocinio entra in servizio con lo stipendio che prima l’uditore giudiziario percepiva dopo 6 mesi, dopo soli 18 mesi raggiunge lo stipendio che veniva attribuito dopo 2 anni, mentre dopo 4 anni ottiene lo stipendio prima percepito dopo 5 anni, e, tuttavia, dopo 13 anni di servizio (1 anno dopo la III valutazione) avrebbe dovuto essere riconosciuta almeno la 6a classe stipendiale e non la 5a, come invece accade.

Per effetto delle novità legislative descritte, i referendari della Corte dei conti (come quelli della magistratura amministrativa) partono dal livello retributivo di “magistrato di Tribunale dopo tre anni” ossia, nell’attuale tabella a “Magistrato alla prima valutazione di professionalità”, giungono dopo 4 anni ai livelli retributivi di un “Magistrato dopo un anno dalla III valutazione di professionalità” (13 anni), e dopo 8 anni a quelli del “Magistrato alla quinta valutazione di professionalità” (20 anni)[14], dopo 12 anni a quelli del Magistrato alla settima valutazione (28 anni)[15

3.L’adeguamento triennale.

La riserva di legge in materia di trattamento economico dei magistrati (esclude la possibilità di incrementare gli elementi retributivi, con contratto collettivo (come accade per il personale pubblico c.d. “privatizzato”) o con altro meccanismo negoziale (come per il personale c.d. “a regime di diritto pubblico”). Gli artt. 11-12 legge 2 aprile 1979 n. 97 come modificati dall’art. 2 legge 19 febbraio 1981 n. 27 e art. 24, commi 1 e 4, legge 23 dicembre 1998 n. 448) prevedono il c.d. “adeguamento automatico” che consente di recuperare ex post l’erosione del potere d’acquisto della moneta, attraverso un sistema complesso di calcolo.

Gli artt. 11 e 12 della legge 97/1979, come modificata dalla L. 19 febbraio 1981, n. 27 prevedevano l’adeguamento obbligatorio e automatico degli stipendi dei magistrati e personale equiparato, ogni triennio, nella misura percentuale pari alla media degli incrementi realizzati nel triennio precedente dalle altre categorie dei pubblici dipendenti per le voci retributive calcolate dall’Istituto centrale di statistica ai fini della elaborazione degli indici delle retribuzioni contrattuali, con esclusione della indennità integrativa speciale.

Si tratta, evidentemente, di un adeguamento “postumo” basato non sugli incrementi più alti conseguiti dagli altri pubblici dipendenti bensì dalla “media” e anzi, alla stregua di quanto previsto dal secondo comma dell’art. 11, sulla base dei “benefici medi pro capite dei seguenti comparti del pubblico impiego: amministrazioni statali, aziende autonome dello Stato, università, regioni, province e comuni, ospedali, enti di previdenza”.

La variazione percentuale si calcola rapportando il complesso del trattamento economico medio per unità corrisposto nell’ultimo anno del triennio di riferimento a quello dell’ultimo anno del triennio precedente ed ha effetto dal 1° gennaio successivo a quello di riferimento. Gli stipendi al 1° gennaio del secondo e del terzo anno di ogni triennio sono aumentati, a titolo di acconto sull’adeguamento triennale, per ciascun anno e con riferimento sempre allo stipendio in vigore al 1° gennaio del primo anno, per una percentuale pari al 30 per cento della variazione percentuale verificatasi fra le retribuzioni dei dipendenti pubblici nel triennio precedente, salvo conguaglio a decorrere dal 1° gennaio del triennio successivo. La percentuale dell’adeguamento triennale prevista dai precedenti commi è determinata entro il 30 aprile del primo anno di ogni triennio con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri di concerto con il Ministro di grazia e giustizia e con quello del tesoro. A tal fine, entro il mese di marzo, l’ISTAT comunica la variazione percentuale di cui al primo comma. Qualora i dati indicati nei commi precedenti non siano disponibili entro i termini previsti, gli stipendi vengono adeguati con applicazione della stessa percentuale dell’anno precedente, salvo successivo conguaglio e ferme restando le date di decorrenza dell’adeguamento.

Su questo assetto ha inciso il testo dell’art. 24, comma 4, della legge 23 dicembre 1998 n. 448, in quanto, per il personale di magistratura (e per gli avvocati e procuratori dello Stato), ai fini del calcolo dell’adeguamento triennale – ferme restando, per quanto non derogato dal predetto comma 1, le disposizioni dell’articolo 2 della legge 19 febbraio 1981, n. 27 – si tiene conto “degli incrementi medi pro capite del trattamento economico complessivo, comprensivo di quello accessorio e variabile, delle altre categorie del pubblico impiego”.

L’allegato alla nota Istat datata 11 gennaio 2021 prot. n. 336599 indirizzata alla RGS del MEF, l’art. 24, commi 1 e 4, legge n. 448/1998 ha dato luogo a dpcm che hanno recepito calcoli e valori molto diversificati nel tempo, come dimostra il prospetto 3 “DPCM per la rivalutazione della retribuzione del personale di magistratura in applicazione della Legge 448/98, art. 24 e della Legge 27/1981 art.2”:

DPC MTriennio diRiferimentoRetribuzione daDecorrenzaVariazione % daAcconti % per i due anni successivi
applicazioneternporale dell’incrernentorivalutarerivalutazioneapplicare
13 Giugno 20002000-20021996-1999Gen. 1997Gen 2000+10,72+3.216
16 Luglio 20032003-20051999-2002Gen. 2000Gen. 2003+12,30+3.690
15 Maggio 20062008-20082002-2005Gen. 2003Gen. 2006+12,30+3690
7 Luglio 20092009-20112005-2008Gen. 2006Gen. 2009+10,13+3,040
8 Marzo 20132012-20142008-2011Gen. 2009Gen. 2012+5,41+1,620
7 Agosto 20152015-20172011-2014Gen. 2012Gen. 2015+0,01_

L’adeguamento coinvolge anche l’indennità giudiziaria nella stessa nella misura percentuale stabilita per gli stipendi. Il D.P.C.M. 7 agosto 2015 ha, tuttavia, disposto (con l’art. 1, comma 1) che “Le misure degli stipendi del personale di cui alla legge 19 febbraio 1981, n. 27, dell’indennità prevista dall’art. 3, primo comma, della stessa legge e dell’indennità integrativa speciale in vigore alla data del 1° gennaio 2012 sono incrementate dello 0,01 per cento con decorrenza 1° gennaio 2015, con conseguente conguaglio, con la medesima decorrenza 1° gennaio 2015, degli acconti corrisposti negli anni 2013 e 2014”. Ha inoltre disposto (con l’art. 2, comma 1) che “Le misure degli stipendi del personale di cui alla legge 19 febbraio 1981, n. 27, dell’indennità prevista dall’art. 3, primo comma, della stessa legge e dell’indennità integrativa speciale in vigore alla data del 1° gennaio 2015, come determinate dall’art. 1 del presente decreto, non sono incrementate, a titolo di acconto sull’adeguamento triennale successivo, per ciascuno degli anni 2016 e 2017”.

Il dato riferito al triennio di applicazione 2015-2017 è stato indicato per legge nella misura dello 0,01, in quanto ha risentito del “blocco” disposto dall’art. 9, co. 22, d.l. n. 78/2020 convertito, con mod., dalla legge n. 122/2010, le cui disposizioni sono state però dichiarate costituzionalmente illegittime dalla sentenza della Corte cost. 11 ottobre 2012 n. 223 (come sopra precisato). Il dato risente indirettamente del “blocco” dei rinnovi contrattuali per le altre categorie di lavoratori pubblici, sancito dall’art. 16, co. 1, lett. b), d.l. n. 98/2011, conv. con mod., dalla legge n. 111/2011 s.m.i., anch’esso però dichiarato costituzionalmente illegittimo dalla sentenza Corte cost. 23 luglio 2015 n. 178. Tuttavia, non è stato “recuperato” il calcolo dell’adeguamento riferito a detto ambito temporale, rimasto dunque pari ad un sostanziale “zero”[16]

Lo stesso Istituto di Statistica si è visto costretto ad ammettere che l’applicazione della norma si scontra con la mancanza di una base informativa in grado di fornire una stima coerente con la definizione e la tempistica prevista dalla legge, ed ammette di dover far ricorso alle uniche fonti disponibili sulle retribuzioni del pubblico impiego identificate nell’Indagine sulle retribuzioni contrattuali (fonte Istat), nei Conti e aggregati delle pubbliche amministrazioni (fonte Istat) e nel Conto annuale (fonte RGS). I parametri di calcolo e l’ambito di applicazione sono profondamente diversi:

  • l’indagine sulle retribuzioni contrattuali, che rappresenta la fonte utilizzata dall’Istat per il calcolo dell’indicatore mensile sulle retribuzioni contrattuali, considera le sole misure tabellari previste negli accordi collettivi nazionali di lavoro o nelle leggi che disciplinano la materia. Per la pubblica amministrazione ci si riferisce ai minimi tabellari, all’indennità di vacanza contrattuale, alla tredicesima mensilità e alle indennità di amministrazione; solo per alcuni comparti, sono considerate anche indennità specifiche. L’indicatore diffuso dall’Istat fa riferimento al concetto di “prezzo” della prestazione lavorativa alle dipendenze, in relazione all’insieme dei lavoratori definito nell’anno di riferimento (anno base) sulla base delle unità di lavoro a tempo pieno stimate dal Conto annuale RGS. L’indagine monitora l’andamento dei contratti del pubblico impiego per il personale non dirigente e per i dirigenti contrattualizzati, che rappresentano circa il 95% del totale dei dipendenti nella pubblica amministrazione. Tale struttura viene mantenuta costante nel tempo, in modo tale che la dinamica dell’indicatore non venga influenzata dalle variazioni nella composizione degli occupati (ad es. per turn over e/o avanzamenti di carriera), dalla specificità della contrattazione decentrata o dalla corresponsione di voci retributive a carattere non continuativo (ad es. arretrati). Seppur non completamente in linea con la definizione di retribuzione contenuta nella legge 448, l’indicatore Istat è l’unico disponibile con la tempestività richiesta dalla stessa legge;
  • I Conti e aggregati delle pubbliche amministrazioni seguono lo schema adottato dal Sistema Europeo dei Conti (SEC 2010). In particolare, il settore delle amministrazioni pubbliche (S13) considera tutti e tre i livelli su cui si articolano le amministrazioni pubbliche – amministrazioni centrali, amministrazioni locali ed enti di previdenza e assistenza sociale – e, quindi, non include tutti i pubblici dipendenti ma, al tempo stesso, non si limita ai soli pubblici dipendenti contrattualizzati. Le unità di lavoro, che rappresentano l’input di lavoro impiegato nel processo di produzione dei beni e servizi, sono espresse in termini di unità equivalenti a tempo pieno che possono essere rapportate ai redditi da lavoro dipendente, in particolare alla componente della retribuzione che ne rappresenta la remunerazione, permettendo così il calcolo della retribuzione lorda media pro-capite per sottosettore istituzionale. La retribuzione fa riferimento al compenso complessivo riconosciuto dalle Amministrazioni pubbliche ai propri dipendenti per il lavoro svolto nel periodo di riferimento, e comprende la componente retributiva fondamentale, la componente accessoria ricorrente e variabile, nonché gli arretrati e le eventuali erogazioni una tantum. Tale retribuzione è rilevata secondo il principio di competenza economica ed è quindi riferita al periodo in cui si matura il diritto al pagamento. Le variazioni calcolate su questo indicatore incorporano, oltre ai mutamenti negli importi unitari delle misure tabellari derivanti dalla contrattazione nazionale e decentrata, gli effetti – positivi o negativi – dell’erogazione di importi occasionali e dei mutamenti nella struttura occupazionale dovuti, ad esempio, al turn over e/o ad avanzamenti di carriera. Utilizzare tale fonte nel. rispetto della tempistica prevista dalla legge 448, significa utilizzare dati provvisori per il secondo anno del triennio e dati previsionali per il terzo, considerando che i dati relativi al terzo anno sono disponibili circa un mese dopo la scadenza prevista dalla normativa per la comunicazione della variazione triennale.
  • il Conto Annuale della Ragioneria Generale dello Stato rileva la consistenza del personale dipendente delle amministrazioni pubbliche e la relativa spesa per tutti gli enti della lista S 13 comprensiva di: stipendio, retribuzione di anzianità, tredicesima mensilità, l’indennità integrativa speciale. indennità fisse, compenso per lavoro straordinario, remunerazione della produttività e altre competenze accessorie. Non sono comprese: i) le voci aventi carattere non specificatamente retributivo (assegni familiari, buoni pasto, coperture assicurative), ii) le competenze arretrate – fisse o accessorie – relative ai rinnovi contrattuali nazionali o derivanti da passaggi di qualifica. La retribuzione è rilevata con il criterio della cassa ed è quindi riferita al momento in cui la spesa per l’erogazione è stata effettivamente sostenuta; l’unica eccezione è rappresentata dal comparto Sanità che adotta il criterio della competenza economica, riferendosi quindi al costo di competenza di ciascun esercizio indipendentemente dal momento dell’effettivo pagamento. Il calcolo della retribuzione media è fatta dividendo il monte retributivo per la somma delle mensilità per le quali ogni singola retribuzione è stata corrisposta diviso 12: un dipendente presente tutto l’anno rappresenta 12 mensilità. Per evitare potenziali sottostime delle retribuzioni medie o effetti indesiderati di retribuzioni riferite a dipendenti posizionati agli estremi della scala stipendiale, le medie sono calcolate considerando solo il personale a tempo indeterminato. I dati del Conto Annuale sono disponibili circa 15 mesi dopo la fine dell’anno a cui si riferiscono e sono provvisori, cioè suscettibili di modifiche in occasione delle successive diffusioni, pertanto, non è possibile il loro utilizzo nel rispetto della tempistica stabilita dalla legge 448.

La stima del valore complessivo del trattamento economico medio per unità comprensivo della componente contrattuale e di quella accessoria “delle altre categorie del pubblico impiego” può esser ottenuta utilizzando in modo congiunto l’indagine delle retribuzioni contrattuali e il Conto annuale della RGS. Solo in un’occasione (DPCM del 2003) è stata applicatala variazione della retribuzione pro capite lorda dei dipendenti delle istituzioni pubbliche del settore S13 desunta dal quadro dei Conti nazionali; nel DPCM 2006 si è invece fatto riferimento alla clausola prevista all’articolo 24 comma 2 della Legge 448 del 1998 che permette di applicare la variazione stimata nel periodo precedente.

In particolare:

  1. per la componente contrattuale (RC) l’ISTAT utilizza l’indagine delle retribuzioni contrattuali, considerando lo stipendio tabellare (comprensivo della tredicesima mensilità), la Ria (retribuzione individuale di anzianità), le indennità fisse (cioè quelle percepite dalla generalità dei dipendenti e il cui importo è definito dal CCNL) e di alcune altre indennità il cui importo unitaria è definito dal CCNL. La retribuzione contrattuale media riferita al CCNL è ottenuta per aggregazione, come media “ponderata” delle retribuzioni contrattuali riferite ai singoli livelli di inquadramento previsti dal contratto, e la retribuzione contrattuale media pro-capite si ottiene come media ponderata delle retribuzioni medie pro-capite calcolate per ogni CCNL considerato;
  2. per la componente accessoria (RA), l’ISTAT ricorre ai dati desunti dal Conto Annuale RGS, con riferimento a ogni generico contratto collettivo nazionale (CCNL1), a partire dall’ammontare pro capite di tutte le indennità e componenti accessorie e variabili. L’insieme delle voci da considerare nella componente accessoria (che devono comunque essere complementari alle voci delle indennità considerate nella parte contrattuale), individuate in collaborazione con la RGS, sono selezionate per ogni comparto e qualifica, in completa analogia con la struttura occupazionale che caratterizza l’indagine delle retribuzioni contrattuali nello specifico della Pubblica amministrazione. Non vengono considerate le voci che alterano le retribuzioni medie o per le quali è esplicitamente previste il carattere non retributivo del compenso: le indennità per servizio all’estero, l’indennità “De Maria”, il trattamento accessorio corrisposto direttamente dall’Amministrazione utilizzatrice al personale in posizione di comando/distacco, l’indennità rettorale, l’assegno di rappresentanza, l’indennità ex art. 42, comma 5, d.lgs. 15112001, lo straordinario del personale militare in servizio presso la PCM e gli arretrati riferiti agli anni precedenti e gli importi relativi alla voce recuperi. Fino all’anno 2016, la retribuzione di risultato e quella di produttività erano indicate come quota di competenza dell’anno; dall’anno 2017 rappresentano tutto l’importo pagato nell’anno, indipendentemente dalle annualità di riferimento. Il monte salario accessorio per ogni contratto è ottenuto come somma delle spese relative a tutte le indennità presenti nel contratto stesso, mentre la misura del salario accessorio medio pro capite per un singolo contratto è determinata dividendo la spesa accessoria complessiva per le unità di lavoro a tempo pieno, e queste ultime rapportando alle 12 mensilità annuali l’ammontare delle mensilità osservate nel conto annuale.

La retribuzione complessiva media pro capite per il contratto collettivo nazionale è quindi espressa dalla somma della retribuzione media pro capite della parte contrattuale con quella calcolata per la parte accessoria e, con riferimento all’anno base (ossia all’ultimo anno del triennio precedente equivale alla media ponderata delle retribuzioni medie pro-capite calcolate per ogni CCNL), è utilizzato, ai fini della ponderazione (come “pesi”) il numero dei lavoratori contrattualizzati con quel contratto nel periodo di riferimento. Per il calcolo del trattamento economico medio per unità riferito all’ultimo anno del triennio in considerazione, al contrario, la base dati del Conto Annuale non consente di distinguere la variazione di spesa pro-capite dovuta esclusivamente all’evoluzione dei valori unitari retributivi (nell’ottica di un indice di prezzo), da quella dovuta alla variazione nei numero di percettori, rendendo impossibile sterilizzare la dinamica retributiva dagli effetti indotti dai cambiamenti nella struttura occupazionale (per effetti di avanzamento di carriera o turn Over).

Alla scadenza prevista dalla legge si dispone dei dati definitivi del terzo anno del triennio precedente (primo di quello corrente), dei dati semi definitivi del secondo anno del triennio, ma non del terzo anno del triennio corrente, rendendo di fatto impossibile il calcolo dell’indicatore. Si fa ricorso al cd. “metodo a stanziamento”, cioè alla possibilità di stimare la variazione triennale della componente accessoria sulla base degli stanziamenti previsti per la contrattazione decentrata sia dai rinnovi contrattuali sia da specifiche normative.

L’incremento triennale, secondo quanto esplicitato dalla norma, si ottiene rapportando il complesso del trattamento economico medio per unità corrisposto nell’ultimo anno del triennio di riferimento a quello dell’ultimo anno del triennio precedente.

Il metodo della media ponderata delle variazioni della retribuzione pro capite sopra sintetizzato, ha consentito di conseguire ai magistrati, con gli ultimi due dpcm (ossia 2018-2020 e poi 2021-2023), un adeguamento rispettivamente pari allo 0,62%, e poi uno più elevato del 4,85%, e quest’ultimo con acconti dell’1,46 per gli anni 2022 e 2023.

4.Le criticità.

Al fine di stabilire la vantaggiosità del sistema di calcolo delineato dall’ISTAT, può essere utile il raffronto con gli aumenti annuali conseguiti dagli altri comparti contrattualizzati e non contrattualizzati. Partendo da questi ultimi, deve evidenziarsi che lo stesso art. 24 della legge 23 dicembre 1998, n. 448 ha sancito al comma che, a decorrere dal 1° gennaio 1998, “gli stipendi, l’indennità integrativa speciale e gli assegni fissi e continuativi dei docenti e dei ricercatori universitari, del personale dirigente della Polizia di Stato e gradi di qualifiche corrispondenti, dei Corpi di polizia civili e militari, dei colonnelli e generali delle Forze armate, del personale dirigente della carriera prefettizia, nonché del personale della carriera diplomatica, sono adeguati di diritto annualmente in ragione degli incrementi medi, calcolati dall’ISTAT, conseguiti nell’anno precedente dalle categorie di pubblici dipendenti contrattualizzati sulle voci retributive, ivi compresa l’indennità integrativa speciale, utilizzate dal medesimo Istituto per l’elaborazione degli indici delle retribuzioni contrattuali”. Il secondo comma stabilisce i tempi entro i quali questo adeguamento dovrà avvenire[17].

La norma individua un autonomo metodo di calcolo ai fini dell’adeguamento delle categorie degli altri dipendenti a regime “pubblico”. Oltre alla periodicità dell’incremento (triennale per le magistrature ed annuale per i dirigenti non contrattualizzati), va rimarcato che la base di calcolo tiene conto di tutte le voci retributive, inclusa l’indennità integrativa speciale, utilizzate dall’ISTAT per l’elaborazione degli indici delle retribuzioni contrattuali (per i magistrati, conta il trattamento retributivo complessivo compresa la parte accessoria), senza considerare che, trattandosi di un adeguamento annuale, la variazione percentuale è calcolata tenendo conto del dato medio tra l’anno precedente e quello in esame, con esclusione del meccanismo degli acconti.

Le differenze tra i due sistemi hanno fin qui pendere la bilancia a favore dell’adeguamento triennale, in quanto ha prodotto complessivamente un maggiore vantaggio economico, in termini percentuali, per le categorie di riferimento.

Triennio diapplicazioneRiferimento ternporaledell’incrernentoRetribuzione darivalutareDecorrenzarivalutazioneVariazione % daapplicareAcconti %per i due anni successiviVariazioni % da applicare
MagistratiDocenti universitari
2000-20021996-1999Gen. 1997Gen. 2000+10,72+3.216
2003-20051999-2002Gen. 2000Gen. 2003+12,30+3.690+9,00
2008-20082002-2005Gen. 2003Gen. 2006+12,30+3690+6,95
2009-20112005-2008Gen. 2006Gen. 2009+10,13+3,040+8,28
2012-20142008-2011Gen. 2009Gen. 2012+5,41+1,620+6,85
2015-20172011-2014Gen. 2012Gen. 2015+0,01
2018-20202014-2016Gen. 2015Gen. 2018+0,62+0,19+4,10
4+++.166
2021-20232016-2019Gen. 2018Gen. 2021+ 4,85+0,46*+4,80

Come il prospetto dimostra, dall’01.01.2003 all’1.01.2012 le retribuzioni dei magistrati sono cresciuti del 10,51% in più rispetto a quelli del personale non contrattualizzato, mentre a partire dall’1.01.2021, lo scarto percentuale si è ridotto allo 0,75%, e al momento registra un lieve miglioramento a favore del personale in regime di diritto pubblico. Sicuramente che l’art. 24, comma 4, della legge 448 ha preso in considerazione “la direzione verso cui stava andando (ed è effettivamente poi andata) la contrattazione collettiva nel pubblico impiego in gran parte (per oltre l’80%) c.d. privatizzato e quindi abbia opportunamente inserito per i magistrati la necessità di tener conto degli incrementi relativi alle parti accessorie e/o variabili della retribuzione delle altre categorie – a ratione di tutte quelle comparabili – del pubblico impiego, appunto richiamando la nozione di “trattamento economico complessivo”. Ciononostante, l’algoritmo elaborato dall’ISTAT presenta alcuni limiti ed è oggetto di contenzioso instaurato dall’ANM[18].

4.1. La ponderazione

In primo luogo, dalla relazione dell’ISTAT allegata alla nota dell’11 gennaio 2021, prot. gen. n. 0336599/21, “la retribuzione contrattuale media riferita al CCNL” – “è ottenuta per aggregazione, come media ponderata delle retribuzioni contrattuali riferite ai singoli livelli di inquadramento previsti dal contratto” (paragrafo 4.1 pag. 10). La ponderazione è eseguita inserendo il numero dei lavoratori compresi in ogni categoria dei pubblici dipendenti, invece di fare la sola media aritmetica delle retribuzioni degli inquadramenti delle categorie. Pertanto, l’ISTAT calcola la retribuzione contrattuale media pro capite effettuando una media ponderata sul numero di dipendenti per ogni singolo inquadramento previsto dalla categoria, con l’effetto che le categorie più numerose (istruzione e sanità), trascinano verso il basso l’adeguamento che viene subito soprattutto dalla categoria magistratuale che rappresenta una piccola fetta del pubblico impiego[19]. La numerosità dei dipendenti nel settore pubblico, ai fini della ponderazione, è quella desumibile dal Conto Annuale[20].

La “Relazione sul costo del lavoro pubblico” di luglio 2020 della Corte dei conti, sez. riunite di controllo, registra inoltre l’incremento della retribuzione media dei magistrati, nel 2018 rispetto al 2017 è pari al più allo zero. Dal Rapporto semestrale 1-2023 dell’ARAN, la dirigenza non contrattualizzata (Professori e ricercatori universitari, Magistrati e personale con qualifica dirigenziale delle Forze armate e dell’ordine) restituisce aumenti tendenziali di +2,7% per l’ultimo trimestre 2021, +2,0% nel primo quadrimestre 2022 e +2,4% nell’ultimo trimestre di osservazione (ottobre-dicembre 2022). Gli incrementi sono generati dall’applicazione del DPCM 25 gennaio 2021 e DPCM 6 agosto 2021 “Adeguamento triennale degli stipendi e delle indennità del personale di magistratura ed equiparati” nonché dal DPCM 15 marzo 2022 per docenti e ricercatori universitari, gli ufficiali superiori e gli ufficiali generali e ammiragli delle Forze armate nonché il personale con gradi e qualifiche corrispondenti dei Corpi di polizia civili e militari. L’applicazione del metodo della media aritmetica avrebbe portato per il triennio scorso a un adeguamento pari al 5,19% in luogo di quello erogato del 4,85%.

4.2. Le indennità escluse

L’ISTAT, al paragrafo 4.2, pag. 13 della relazione allegata alla nota dell’11 gennaio 2021, prot. gen. n. 0336599/21, afferma che “non vengono considerate le voci che alternano le retribuzioni medie o per le quali è esplicitamente previsto il carattere non retributivo del compenso: l’indennità per servizio all’estero, l’indennità ‘De Maria’, il trattamento accessorio corrisposto direttamente dall’Amministrazione utilizzatrice al personale in posizione di comando/distacco, l’indennità rettorale, l’assegno di rappresentanza, l’indennità ex art. 42, comma 5, d. lgs. 151/2001, lo straordinario del personale militare in servizio presso la PCM e gli arretrati riferiti agli anni precedenti e gli importi relativi alla voce recuperi”. Queste voci, comunque siano denominate, devono essere inserite nella base di calcolo, come, peraltro, già accaduto per il DPCM relativo al triennio 2015/2017, soprattutto in relazione alle voci “arretrati” e “recuperi” relativi a emolumenti non ricevuti in precedenza, che ben possono riferirsi a variazioni permanenti e sono parti integranti delle voci accessorie.

4.3. Le categorie

Le categorie monitorate ai fini dell’adeguamento devono comprendere tutti i comparti contrattualizzati con CCNL nonché i non contrattualizzati i cui accordi sono recepiti con DPR. In realtà L’ISTAT, quanto ai comparti contrattualizzati con CCNL, ha considerati, nella nota sopra indicata, 24, invece di 33. Non sono stati monitorati 9 contratti nazionali (cfr. prospetto 4 a pag. 11 della relazione), giustificando che sarebbe stato particolarmente oneroso (cfr. sez. 1 della relazione) e non significativo poiché rappresentano circa il 6% dei lavoratori. Sono stati infatti utilizzati i dati relativi al 95% ca. dei lavoratori del pubblico impiego. Invece, siccome la media va operata sulle categorie e non sul numero dei dipendenti, i contratti non monitorati sono circa il 27% del totale e tale esclusione comporta una riduzione dell’importo dell’adeguamento. Quanto, poi, ai comparti non contrattualizzati ed oggetto di DPR, la relazione ISTAT ritiene che non vadano considerati (cfr. prospetto 1, pag. 3 della relazione) e spiega che si è avviata una consultazione tra ISTAT, MEF e Presidenza del Consiglio dei Ministri “volta a chiarire l’interpretazione del quarto comma dell’art. 24 che – per l’adeguamento triennale del personale di magistratura – fa riferimento all’evoluzione del trattamento economico (comprensivo di quello accessorio e variabile) di tutte le altre categorie del pubblico impiego. L’applicazione precisa della norma si scontra con la mancanza di una base informativa in grado di fornire una stima coerente con la definizione e la tempistica prevista dalla legge” (par. 2, pag. 4). L’ISTAT, cioè, dichiara che il suo metodo non ha seguito le prescrizioni legislative perché ha una “base informativa” insufficiente.

5. I limiti del sistema.

A prescindere dal metodo di calcolo, il sistema di adeguamento triennale ha consentito di conseguire migliori risultati, in termini economici, in un lungo arco temporale consentendo di compensare la variazione negativa di un anno con quelle positive degli altri e soprattutto intercettando per le magistrature quella parte della retribuzione variabile che, per effetto del meccanismo descritto, diventa parte stabile dei relativi stipendi. Al contrario, la cadenza annuale – prevista per le altre categorie di pubblico impiego non contrattualizzato, consente di intercettare con maggiore immediatezza le dinamiche inflazionistiche. Nell’ultima Relazione trimestrale I-2023, l’ISTAT registra che nel primo trimestre 2023, gli incrementi a regime dei rinnovi del comparto pubblico relativi al triennio 2019-2021 accelerano la crescita delle retribuzioni contrattuali, che tuttavia rimane contenuta, sicché l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie a marzo 2023 segna un aumento del 4,9% per i lavoratori della pubblica amministrazione. Sulla base di tale indice percentuale sarà calcolato l’adeguamento per le altre categorie di personale non contrattualizzato (ad es. i professori universitari), consentendo loro un più rapido recupero dell’inflazione. Stando ai più recenti e accreditati studi[21], tuttavia, gli Atenei hanno erogato soltanto a febbraio 2022, l’adeguamento ISTAT 2021, relativo agli incrementi medi del pubblico impiego nel 2020, mentre i DPCM sull’adeguamento ISTAT 2023 e 2024 saranno vigenti nell’anno successivo alla loro erogazione tra il personale contrattualizzato: gli aumenti previsti per la docenza universitaria – almeno lo 0,85% dal primo gennaio 2020, l’1,57% dal 1° gennaio 2021 e il 3,78% dal primo gennaio 2022 (anzi, qui di più, almeno tra il 4 ed il 5% per le risorse aggiuntive) – incrementeranno ulteriormente l’adeguamento dello 0,45% relativo agli aumenti già effettivi sul 2021, stimato a marzo dall’ISTAT. Questi aumenti, ovviamente, saranno versati con i relativi arretrati, ma è probabile che essendo registrati dall’ISTAT nella loro totalità solo nel 2024 (per effetto della firma dei diversi contratti su più anni), saranno effettivamente erogati a tappe nel corso dei prossimi 2/3 anni. Solo dopo il DPCM 2024, gli atenei potranno versare l’ultima (a quel punto probabilmente piccola) parte di aumenti sul 2020, 2021 e 2022 relativi ai CCNL del pubblico impiego che saranno siglati nel 2023. “Per questo, a fronte della perdurante inflazione, riteniamo importante che almeno i tempi di legge siano garantiti ed il DPCM emanato entro il 30 aprile, al di là di ogni valutazione sulla legittimità degli effetti di questa dislocazione e il mancato recupero degli arretrati[22].

Il ritardo degli adeguamenti è, d’altra parte, prassi che affligge anche il modello triennale applicabile ai magistrati. Basti pensare che, per gli adeguamenti 2018-2020, la nota ISTAT del 1° aprile 2021 risulta acquisita al protocollo DAGL presso il MEF soltanto in data 25/05/2021 e che il DPCM di adeguamento è stato adottato il 6/08/2021 per poi superare il controllo di regolarità contabile presso l’Ufficio centrale di bilancio MEF il 17/09/2021[23].

In ogni caso, mentre nella media del primo trimestre 2023, nonostante il progressivo rallentamento della crescita dei prezzi, la differenza tra la dinamica dell’inflazione (IPCA) e quella delle retribuzioni contrattuali è rimasta superiore ai sette punti percentuali, nell’ultima Relazione ISTAT – IV Trimestre si legge che la decisa decelerazione dell’inflazione nel corso del 2023 ha ridotto la detta distanza a circa tre punti percentuali, meno della metà di quella osservata nel 2022

Infine, il metodo di calcolo stabilito dall’art. 24, comma 4, della legge 448/1998 viene applicato sulla base dello stipendio percepito nel primo degli anni che compongono il triennio successivo, in quanto per il biennio successivo sono erogati gli acconti nella misura del 30%. L’art. 11, comma 4, della legge 97/1979 prevede, infatti, che gli stipendi al 1° gennaio del secondo e del terzo anno di ogni triennio sono aumentati, a titolo di acconto sull’adeguamento triennale, per ciascun anno e con riferimento sempre allo stipendio in vigore al 1° gennaio del primo anno, per una percentuale pari al 30 per cento della variazione percentuale verificatasi fra le retribuzioni dei dipendenti pubblici nel triennio precedente, salvo conguaglio a decorrere dal 1° gennaio del triennio successivo. Il meccanismo del conguaglio costituisce un ulteriore elemento di ritardo nel recupero del tasso inflazionistico, laddove, oltretutto, gli acconti sono erogati sulla base dello “stipendio in vigore al 1° gennaio del primo anno” e, dunque, non si tiene conto degli eventuali passaggi di qualifica (da referendario a primo referendario, da primo referendario a consigliere) medio tempore intervenuti né degli aumenti dovuti alle classi e agli scatti stipendiali[24].

6. Conclusioni

L’assetto normativo sopra delineato è, senza dubbio, datato.

A prescindere dalla possibilità di introdurre meccanismi di “contrattualizzazione speciale” – al pari di altri comparti a regime di diritto pubblico[25], attribuendo alle diverse associazioni dei magistrati la possibilità di interloquire con gli organi (PDCM-MEF) e gli enti (ISTAT) ai fini dell’attribuzione dei benefici economici che discendono dall’adeguamento degli stipendi, in una fase preliminare e propedeutica ai dd.pp.cc.mm., mediante una vera e propria procedimentalizzazione dell’iter di formazione degli atti che incidono sui diritti economici della categoria – la vetustà dei precetti normativi si intuisce agevolmente dalla lettura dell’art. 11, comma 2, della legge n. 97/1979 cit., laddove prende in considerazione, agli effetti del comma precedente “i benefici medi pro capita dei seguenti comparti del pubblico impiego: amministrazioni statali, aziende autonome dello Stato, università, regioni, province e comuni, ospedali, enti di previdenza”, senza tener conto che, a partire dal contratto collettivo nazionale quadro per la definizione dei comparti e delle aree di contrattazione collettiva nazionale (2016-2018), i dipendenti delle amministrazioni pubbliche di cui all’art. 1, comma 1, disciplinati dai contratti collettivi nazionali relativi al rapporto di lavoro pubblico sono aggregati, fermo restando quanto stabilito dall’art. 74, comma 3 del d.lgs. 150 del 2009, nei seguenti comparti di contrattazione collettiva: A) Comparto delle Funzioni centrali; B) Comparto delle Funzioni locali; C) Comparto dell’Istruzione e della ricerca; D) Comparto della Sanità (art.2), con l’elencazione che ne consegue (artt. 3 e ss.).

La stessa base stipendiale è rimasta ferma alle tabelle inserite nella legge n. 111/2007 e sono rimasti fermi a quelli aggiornati all’1.01.06, che già registravano valori inferiori a quelli di altre categorie di lavoratori pubblici non contrattualizzati (prefetti e diplomatici)[26]. Oltre ai ritardi maturati nell’erogazione degli adeguamenti triennali, la categoria dei magistrati appare penalizzata anche per effetto di una progressiva marginalizzazione e discriminazione nell’ambito delle misure atte a controbilanciare gli effetti erosivi dell’inflazione. Del tutto singolare è la vicenda che ha investito l’emolumento accessorio una tantum, previsto dall’art. 1 commi 330 e seguenti della legge 29 dicembre 2022, n. 197 (Legge di Bilancio 2023), da corrispondere per tredici mensilità, determinato nella misura dell’1,5 per cento dello stipendio, con effetti ai soli fini del trattamento di quiescenza. A mente del citato comma 330, per l’anno 2023, “gli oneri posti a carico del bilancio statale per la contrattazione collettiva nazionale in applicazione dell’articolo 48, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n.165, e per i miglioramenti economici del personale statale in regime di diritto pubblico di cui all’articolo 1, comma 609, della legge 30 dicembre 2021, n. 234, sono incrementati di 1.000 milioni di euro da destinare all’erogazione, nel solo anno 2023, di un emolumento accessorio una tantum, da corrispondere per tredici mensilità, da determinarsi nella misura dell’1,5 per cento dello stipendio […]”. Orbene, né l’art. 1, commi 330 e 332, della legge 29 dicembre 2022 n. 197[27], né l’art. 1, commi 609-610, della legge 30 dicembre 2021 n. 234[28], quale destinatario dell’emolumenti aggiuntivo, consentono di ritenere incluso il personale di magistratura, privo di contrattazione collettiva o di altri provvedimenti “negoziati” quanto alla determinazione della retribuzione. Nella Circolare MEF n. 107/2023 del 17/07/2023 è precisato che sono interessati dalla peculiare una tantum i seguenti comparti: Comparto Ministeri, Agenzie Fiscali, Enti Pubblici non Economici, Enti ex art. 70 del D.lgs. 165/2001 (CNEL, ANSFISA-ANSV); Comparto Istruzione e Ricerca; Comparto Funzioni Locali; Presidenza del Consiglio dei Ministri; Comparto Difesa, Sicurezza e Soccorso Pubblico; Carriera Diplomatica; Carriera Prefettizia. Alla lacuna si è posto rimedio con la Legge di Bilancio 2024 (legge 30 dicembre 2023 n. 213).[29]

Da ultimo, non può sfuggire all’attenzione dell’interprete che l’indice scelto come indicatore dell’inflazione da parte della contrattazione collettiva non coincide però con alcuno degli indici statistici prodotti dall’Istat[30]. La contrattazione ha infatti individuato il proprio indicatore di inflazione nell’IPCA «depurato della dinamica dei prezzi dei beni energetici importati». Oltre a constatare che tale indice “depurato” non esiste nelle statistiche ufficiali Istat sul paniere dei prezzi al consumo, si osserva che proprio l’inflazione in corso è caratterizzata dall’aumento di prezzo dei prodotti energetici e, dunque, l’indice utilizzato per la contrattazione non tiene conto di una delle componenti che più incidono sul potere d’acquisto degli stipendi, tanto più all’esito di un’economia depressa dagli effetti della pandemia.

Le prospettive di riforma de jure condendo possono spingersi fino al punto da introdurre modifiche all’attuale assetto di calcolo. Urge, infatti, l’introduzione di una “clausola di invarianza” o di “salvaguardia”, finalizzata a cristallizzare gli adeguamenti ai livelli maturati nel triennio precedente e a impedire restituzioni qualora le percentuali risultanti dal triennio successivo fossero peggiorative (gli adeguamenti potrebbero avere segno negativo rispetto agli acconti percepiti). Sotto altro profilo, si potrebbe incidere sulla lettera dell’art. 24, comma 4 cit., semplicemente inserendo, tra le categorie di riferimento, quelle che registrano le migliori performace in termini assoluti o, almeno, in termini relativi, tenendo conto (in melius) dell’adeguamento percepito dal solo personale dirigenziale contrattualizzato (di cui al comma 5 dell’art. 24), oppure anche di quello registrato nei comparti “paracontrattualizzati”.

Nel primo caso la nuova disposizione assumerebbe il seguente tenore letterale “Il criterio previsto dal comma 1 si applica anche al personale di magistratura ed agli avvocati e procuratori dello Stato ai fini del calcolo dell’adeguamento triennale, ferme restando, per quanto non derogato dal predetto comma 1, le disposizioni dell’articolo 2 della legge 19 febbraio 1981, n. 27, tenendo conto degli incrementi medi pro capite del trattamento economico complessivo, comprensivo di quello accessorio e variabile, dei dirigenti dello Stato incaricati della direzione di uffici dirigenziali di livello generale o comunque di funzioni di analogo livello delle altre categorie del pubblico impiego”, alla stregua di un criterio di “omogeneità” di livelli; nel secondo caso occorrerebbe inserire un espresso riferimento anche al personale di cui al commi 1 (“docenti e dei ricercatori universitari, del personale dirigente della Polizia di Stato e gradi di qualifiche corrispondenti, dei Corpi di polizia civili e militari, dei colonnelli e generali delle Forze armate, del personale dirigente della carriera prefettizia, nonché del personale della carriera diplomatica”), sempre fissando il divieto di applicazione di variazioni peggiorative.

  1. Il processo riformatore è avviato con l’approvazione della legge 29 marzo 1983 n. 93 “cd. “legge-quadro del pubblico impiego” che, oltre a riconoscere anche ai lavoratori pubblici diritti fondamentali introdotti dallo statuto dei lavoratori, per la prima volta affida esplicitamente ad accordi sindacali la competenza a regolare alcune materie del rapporto di lavoro, pur riaffermando per molte altre la “riserva di legge” (M.S. GIANNINI, Impiego pubblico (teoria e storia), in Enc. Dir., XX, Milano, 1970; S. CASSESE, Organizzazione statale e disciplina dell’impiego pubblico, in Cassese, S., L’amministrazione dello Stato, Milano, 1976).
  2. L. 15 marzo 1997, n.59 “Delega al governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della pubblica amministrazione e per la semplificazione amministrativa” (c.d. legge Bassanini); d.lgs. 4 novembre 1997, n. 396 “modificazioni al decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, in materia di contrattazione collettiva e di rappresentatività’ sindacale nel settore del pubblico impiego, a norma dell’articolo 11, commi 4 e 6, della legge 15 marzo 1997, n. 59″; d.lgs. 31 marzo 1998, n.80 “nuove disposizioni in materia di organizzazione e di rapporti di lavoro nelle amministrazioni pubbliche, di giurisdizione nelle controversie di lavoro e di giurisdizione amministrativa, emanate in attuazione dell’articolo 11, comma 4, della legge 15 marzo 1997, n. 59”; d.lgs. 29 ottobre 1998, n.387 “ulteriori disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni, e del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80”.
  3. “Nella concezione panpubblicistica del periodo, la stessa retribuzione non rappresenta più il corrispettivo della prestazione lavorativa ma assume consistenza di attribuzione patrimoniale che afferisce all’organo e quindi al dipendente che lo rappresenta in funzione del rapporto di immedesimazione organica, con il duplice scopo di assicurare la continuità del servizio ed il decoro della sua persona” S. CANTISANI in www.ildirittoamministrativo.it, che descrive anche lo statuto del pubblico impiego nel quadro delle garanzie costituzionali: art. 51 secondo cui deve essere garantito a tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso di “accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”; art. 54, comma 2 che recita “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dallalegge”; art.97, comma 2 “I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione” e comma 3 “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”; – art.98, comma 1 “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”.
  4. L’art. 2, comma 4, del d.lgs. n. 29/1993 (al pari dell’art. 3 d.lgs. n. 165/2001) stabiliva che “In deroga ai commi 2 e 3 rimangono disciplinati dai rispettivi ordinamenti: i magistrati ordinari, amministrativi e contabili, gli avvocati e procuratori dello Stato, il personale militare e delle Forze di polizia, il personale della carriera diplomatica e della carriera prefettizia, a partire rispettivamente dalle qualifiche di segretario di legazione e di vice consigliere di prefettura, i dirigenti generali nominati con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, e quelli agli stessi equiparati per effetto dell’articolo 2 della leggemarzo 1985, n. 72, nonché i dipendenti degli enti che svolgono la loro attività nelle materie contemplate dall’articolo 1 del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 17 luglio 1947, n. 691, e dalle leggi 4 giugno 1985, n. 281, e 10 ottobre 1990, n. 287.
  5. La Corte costituzionale, investita della questione di illegittimità costituzionale degli artt. 2, primo comma, lettera a) della legge 23 ottobre 1992, n. 421, e 2, commi secondo e quarto, 12, commi secondo e quarto, 16, 17 e 20, primo comma, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, per violazione degli artt.97 e 3 della Costituzione nella parte in cui mantenevano il rapporto pubblicistico di servizio per i soli dirigenti generali e privatizzavano viceversa lo status degli altri dirigenti, ha affermato che “il corretto bilanciamento tra i due termini dell’art. 97 della Costituzione, imparzialità e buon andamento, può attuarsi [..] riservando alla legge una serie di profili ordinamentali; sì che, per converso, risultino sottratti alla contrattazione tutti quegli aspetti in cui il rapporto di ufficio implica lo svolgimento di compiti che partecipano del momento organizzativo della pubblica amministrazione” e che la disciplina del rapporto di lavoro dei dirigenti viene ad essere caratterizzata “dalla contemporanea esistenza di più fonti regolatrici, venendosi a collocare a metà strada fra il modello pubblicistico e quello privatistico: ciò in coerenza, da un lato, con la posizione apicale propria di tale categoria rispetto al complesso del personale, più nettamente privatizzato, e, dall’altro lato, con il ruolo di cerniera tra indirizzo politico ed azione amministrativa che le è assegnato nel rapporto con la funzione di governo” (sentenza n. 313 del 25 luglio 1996).
  6. Corte costituzionale sentenze n. 1 del 1978 e n. 238 del 1990, nonché ordinanze n. 346 del 1998 e n. 137 del 2008.
  7. È interessante leggere che il 6 novembre 1947, nella seduta pomeridiana, l’Assemblea costituente, nell’avviare la discussione generale dei seguenti Titoli della Parte seconda del progetto di Costituzione: Titolo IV «La Magistratura», Titolo VI «Garanzie costituzionali», Mastino Pietro afferma che “[…] Non si è accennato finora, onorevoli colleghi, a proposito dell’indipendenza della Magistratura, ad un argomento che è veramente essenziale. Intendo riferirmi a quello da me indicato nell’articolo 102-bis, così redatto: «Lo Stato garantisce l’indipendenza economica del magistrato e dei funzionari dell’ordine giudiziario»: Onorevoli colleghi, noi dobbiamo avere del magistrato — e l’abbiamo — una visione alta; la visione del magistrato che con nobiltà e dignità adempie alle sue funzioni, e tutti siamo d’accordo nel riconoscere che la generalità dei magistrati ha degnamente esercitato il proprio ministero. Dobbiamo però, nello stesso tempo, riconoscere che egli è un uomo come tutti gli altri, che ha necessità pratiche come tutti gli altri, e che per la tranquillità, per la serenità del suo lavoro, per la dignità del suo ministero, per la dignità stessa dello Stato, che delega ai magistrati una parte della propria sovranità, dev’essere a lui ed ai funzionari dell’ordine giudiziario garantita l’indipendenza economica. Quanto difficile sia amministrare giustizia, e non tradire i suoi segreti (e con ciò intendo soprattutto riferirmi alla posizione dei dipendenti ausiliari dell’amministrazione), mentre si vive in gravi strettezze economiche, fra mille difficoltà e troppe tentazioni, è cosa risaputa.Necessità quindi di provvedimenti al riguardo, che non si limitino a riconoscimenti verbali. Mi pare che questo mio emendamento, se potrà essere discusso nella forma, dovrà trovarci tutti d’accordo nella sostanza. […]

    Ciampitti. […] L’indipendenza della Magistratura deve essere assicurata anche con un adeguato trattamento economico. Per il prestigio effettivo della Magistratura e per invogliare gli elementi validi ad entrare nella Magistratura stessa, bisogna separare la Magistratura dall’esercito di funzionari ed impiegati statali, per farne un corpo sceltissimo, non numeroso, ben retribuito di rappresentanti della giustizia, cioè di un effettivo e vero potere dello Stato. Si impone quindi l’autogoverno finanziario lasciando alla Magistratura, nei limiti stabiliti ogni anno dal Parlamento, la determinazione degli emolumenti e delle indennità spettanti ai suoi componenti. Né dovrebbe essere difficile la istituzione di una cassa speciale, cui potessero affluire i proventi degli atti giudiziari a vantaggio dei magistrati. Non è giusto che vada alle casse dello Stato tutto ciò che si ricava dall’amministrazione della giustizia. Del resto, il bilancio della Giustizia, come è noto, è attivo, forse il solo attivo fra tanti bilanci. E nel trattamento economico della Magistratura non è il caso di lesinare. Il magistrato si vede oggi in uno stato di inferiorità e di impossibilità di vita. Dai frequenti contatti coi magistrati, so che essi vivono di stenti; in molti casi, nella maggior parte dei casi, essi fanno una vita grama, piena di sacrifici veramente enormi. Eppure, essi devono rispettare le leggi della dignità e del decoro personale e della propria famiglia, e non hanno i mezzi per sostenere le spese richieste da una vita, anche la più modesta. Non bisogna dimenticare che le ristrettezze della vita materiale dei magistrati hanno un’influenza diretta anche sul potere spirituale e sulle energie mentali del magistrato stesso. Non si può pretendere un grande rendimento, aderente alle esigenze della magistratura, quando si soffre addirittura la fame, o non si hanno i mezzi materiali per poter provvedere alle esigenze più elementari della vita. Se si fanno poi paragoni fra gli stipendi dei magistrati e quelli di molte categorie di impiegati statali o non statali, si vede in quale umiliante situazione i magistrati si trovino rispetto ad essi. È un quadro di avvilimento quotidiano quello al quale coloro che esercitano la professione forense debbono assistere, con vero rincrescimento ed anche con un senso di commiserazione per questi paria della società, i quali, pure esplicando una nobile funzione, non sono retribuiti in maniera da potere campare la vita con certa dignità e certo decoro. Quindi, credo che non vi debba essere alcuno tra di noi che dissenta dal proposito, veramente fermo e concreto, di poter fare quanto è in noi per sollevare, oltre che moralmente, anche materialmente, la posizione della Magistratura italiana, che veramente deve essere considerata con quei criteri di umanità, che presiedono in tutte le altre risoluzioni prese dall’Assemblea.

  8. Corte costituzionale, ordinanza n. 299/1999.
  9. Corte costituzionale, sentenza n. 223/2012: “la disciplina censurata ha posto nel nulla la determinazione già disposta con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 23 giugno 2009, che aveva fissato l’incremento con decorrenza dal 1° gennaio 2009, incidendo quindi sul conguaglio del 2012. Pertanto, assume rilievo decisivo la constatazione che, in relazione a questo aspetto, l’intervento per il solo personale della magistratura eccede l’obiettivo di realizzare un “raffreddamento” della dinamica retributiva ed ha, invece, comportato una vera e propria irragionevole riduzione di quanto già riconosciuto sulla base delle norme che disciplinano l’adeguamento. In secondo luogo, oltre ad essere disposto non solo un raffreddamento della dinamica retributiva, bensì una riduzione di quanto già spettante per il 2012, è stato impedito qualsiasi recupero di tale progressione, con l’imposizione di un “tetto” per il conguaglio dell’anno 2015, determinato con riferimento agli anni 2009, 2010 e 2014; escludendo pertanto il triennio 2011-2013 e con un effetto irreversibile. La fissazione di un “tetto” per l’acconto dell’adeguamento relativo all’anno 2014 e di un “tetto” per il conguaglio dell’anno 2015, scollegato peraltro dalle esigenze di bilancio che governano il provvedimento, costituisce, infatti, un ulteriore illegittimo superamento dei limiti temporali dell’intervento emergenziale stabilito dal legislatore per il triennio 2011-2013. Tale disciplina, in quanto suscettibile di determinare effetti permanenti del blocco dell’adeguamento soltanto per le categorie interessate dal medesimo blocco, determina per ciò stesso la violazione dell’art. 3 Cost., nonché dei ricordati principi costituzionali posti a presidio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. La disciplina in esame realizza, infatti, una ingiustificata disparità di trattamento fra la categoria dei magistrati e quella del pubblico impiego contrattualizzato, che, diversamente dal primo, vede limitata la possibilità di contrattazione soltanto per un triennio. Inoltre, l’intervento normativo in questione non solo copre potenzialmente un arco di tempo superiore alle individuate esigenze di bilancio, ma soltanto apparentemente è limitato nel tempo, se si considerano le analoghe misure pregresse che hanno interessato i meccanismi di adeguamento, in particolare, con riferimento all’art. 1, comma 576, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2007), che riduceva la corresponsione dell’adeguamento maturato.
  10. TABELLE DEGLI STIPENDI DEL PERSONALE DELLA MAGISTRATURA ORDINARIA, DEI MAGISTRATI DEL CONSIGLIO DI STATO, DELLA CORTE DEI CONTI, DELLA GIUSTIZIA MILITARE, DEI TRIBUNALI AMMINISTRATIVI REGIONALI E DEGLI AVVOCATI E PROCURATORI DELLO STATO.
    MAGISTRATURA ORDINARIAMAGISTRATI DEL CONSIGLIO DI STATO, DELLA CORTE DEI CONTI, DELLA GIUSTIZIA MILITARE, DEI TRIBUNALI AMMINISTRATIVI REGIONALI E DEGLI AVVOCATI E PROCURATORI DELLO STATO
    QualificaStipendio annuo lordo (in lire)QualificaStipendio annuo lordo
    Primo presidente della Corte di cassazione28.835.000
    Procuratore generale, presidente aggiunto della Corte di cassazione, Presidente del tribunale superiore delle acque pubbliche26.805.000Presidente del Consiglio di Stato, presidente della Corte dei conti e avvocato generale dello Stato26.805.000
    Magistrati di Corte di cassazione nominati alle funzioni direttive superiori24.369.000Presidente di sezione del Consiglio di Stato e della Corte dei conti, procuratore generaledella Corte dei conti, procuratore generale militare, avvocati dello Stato alla 4ª classe

    di stipendio

    24.369.000
    Magistrati di Corte di cassazione20.739.000Consiglieri di Stato e della Corte dei conti, vice-procuratori generali della Corte dei conti, consiglieri dei tribunali amministrativi regionali, sostituti procuratori generali militari, consigliere relatore del Tribunale supremo militare, avvocati dello Stato alla 3ª classe di stipendio20.739.000
    Magistrati di Corte di appello18.435.000Primi referendari del Consiglio di Stato e della Corte dei conti, primi referendari deitribunali amministrativi regionali, procuratori militari, avvocati dello Stato alla 2ª classe

    di stipendio e procuratori dello Stato alla 4ª classe di stipendio

    18.435.000
    Magistrati di tribunale(dopo tre anni dalla nomina)16.131.000Referendari del Consiglio di Stato e della Corte dei conti, referendari dei tribunali amministrativi regionali, vice procuratori militari, avvocati dello Stato alla 1ª classedi stipendio e procuratori dello Stato alla 3ª classe di stipendio16.131.000
    Magistrati di tribunale11.522.000Sostituti procuratori e giudici istruttorimilitari di 1ª classe14.196.000
    Uditori giudiziari (dopo sei mesi)8.109.000Sostituti procuratori e giudici istruttorimilitari di 2ª classe12.894.000
    Uditori giudiziari6.951.000Sostituti procuratori e giudici istruttori militari di 3ª classe, procuratori dello Stato alla 2ª classe di stipendio11.522.000
    Uditori giudiziari militari, procuratori delloStato alla 1ª classe di stipendio8.109.000

  11. Sull’impatto delle riforme cfr. S. BUDELLI, Uniquique suum – Il trattamento economico dei magistrati – Nota a Sentenza C.d.S. del 24/05/2016 n. 2198 in www.ambientediritto.it
  12. Art. 17: “I referendari, al compimento di quattro anni di anzianità nella qualifica, conseguono la nomina a primo referendario, previo giudizio di non demerito espresso dal consiglio di presidenza e secondo l’ordine di precedenza risultante dal ruolo di anzianità. Alla nomina si provvede con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri. La nomina produce effetti giuridici ed economici dal giorno in cui il magistrato ha maturato l’anzianità prescritta”.Art. 18 “I primi referendari, al compimento di quattro anni di anzianità nella qualifica, conseguono la nomina a consigliere di tribunale amministrativo regionale. La nomina ha luogo previo giudizio di non demerito espresso dal consiglio di presidenza, e secondo l’ordine di precedenza risultante dal ruolo di anzianità. Alla nomina si provvede con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri. La nomina produce effetti giuridici ed economici dal giorno in cui il magistrato ha maturato l’anzianità prescritta.
  13. Art. 19. I posti che si rendono vacanti nella qualifica di consigliere di Stato sono conferiti: 1) in ragione della metà, ai consiglieri di tribunale amministrativo regionale che ne facciano domanda e che abbiano almeno quattro anni di effettivo servizio nella qualifica. La nomina ha luogo previo giudizio favorevole espresso dal consiglio di presidenza a maggioranza dei suoi componenti, fermo restando il disposto di cui all’articolo 12, primo comma, su proposta di una commissione formata dai componenti di cui al n. 2) dell’articolo 7 e, tra i componenti di cui al n. 4) dello stesso articolo, da quello avente qualifica più elevata o, a parità di qualifica, maggiore anzianità, in base alla valutazione dell’attività giurisdizionale svolta e dei titoli, anche di carattere scientifico, presentati nonché dell’anzianità diservizio. I magistrati dichiarati idonei sono nominati consiglieri di Stato, conservando, agli effetti del quarto comma dell’articolo 21, l’anzianità maturata nella qualifica di consigliere di tribunale amministrativo regionale; 2) in ragione di un quarto, a professori universitari ordinari di materie giuridiche o ad avvocati che abbiano almeno quindici anni di esercizio professionale e siano iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori, o a dirigenti generali od equiparati dei Ministeri, degli organi costituzionali e delle altre amministrazioni pubbliche nonché a magistrati con qualifica non inferiore a quella di magistrato di Corte d’appello o equiparata. La nomina ha luogo con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei ministri, previo parere del consiglio di presidenza espresso come al precedente n. 1), contenente valutazioni di piena idoneità all’esercizio delle funzioni di consigliere di Stato sulla base dell’attività e degli studi giuridico-amministrativi compiuti e delle doti attitudinali e di carattere; 3) in ragione di un quarto, mediante concorso pubblico per titoli ed esami teorico-pratici, al quale possono partecipare i magistrati dei tribunali amministrativi regionali con almeno un anno di anzianità, i magistrati ordinari e militari con almeno quattro anni di anzianità, i magistrati della Corte dei conti, nonché gli avvocati dello Stato con almeno un anno di anzianità, i funzionari della carriera direttiva del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati con almeno quattro anni di anzianità, nonché i funzionari delle Amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, e degli enti pubblici, con qualifica dirigenziale, appartenenti a carriere per l’accesso alle quali sia richiesta la laurea in giurisprudenza. Il concorso è indetto dal presidente del Consiglio di Stato nei primi quattro mesi dell’anno. I vincitori del concorso conseguono la nomina con decorrenza dal 31 dicembre dell’anno precedente a quello in cui è indetto il concorso stesso.
  14. “La diversità di trattamento, peraltro, tiene conto della diversa natura dei due concorsi di accesso. Anche dopo la riforma dell’accesso alla Magistratura ordinaria, infatti, i partecipanti a tale concorso restano in prevalenza neolaureati, pur specializzati, senza esperienza lavorativa; ciò dipende tanto dal rilevantissimo numero dei posti messi a concorso (circa il decuplo dei posti messi a concorso al T.A.R.) quanto dalla minore selettività dei criteri di accesso (ad es. per gli avvocati è sufficiente la sola iscrizione all’albo per poter partecipare al concorso per diventare magistrato ordinario, mentre occorrono otto anni di iscrizione per partecipare al concorso al T.A.R.). Al concorso al T.A.R. o alla Corte dei conti, in sostanza, partecipa chi ha già una, spesso lunga, esperienza lavorativa in altri campi (si va dai dirigenti o ufficiali delle Forze dell’ordine, ai dirigenti e funzionari dello Stato e degli enti locali sino ai molti magistrati ordinari)”: in termini L. CESTARO, Breve presentazione della carriera del magistrato del TAR e del relativo concorso, in www.nuovagiustiziaamministrativa.it. Sul punto anche A. MORGIGNI e A. PEPE, Il trattamento “economico-professionale” dei magistrati: tanti oneri senza onori, in www.associazionemagistrati.it
  15. Tabella di equiparazione
    MAGISTRATURA ORDINARIAMAGISTRATURA CONTABILE
    QUALIFICAQUALIFICA
    Magistrati ordinari alla settima valutazione di professionalitàConsigliere dopo 12 anni
    Magistrati ordinari dalla quinta valutazione di professionalitàConsigliere
    Magistrati ordinari dopo un anno dalla terza valutazione di professionalitàPrimo Referendario
    Magistrati ordinari dalla prima valutazione di professionalitàReferendario
    Magistrati ordinari====
    Magistrati ordinari in tirocinio====

  16. Così L. IEVA, Diritto e “rovescio” nell’adeguamento automatico della retribuzione dei magistrati, in www.nuovagiustiziaamministrativa.it.
  17. Art. 24, comma 2: “La percentuale dell’adeguamento annuale prevista dal comma 1 è determinata entro il 30 aprile di ciascun anno con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta dei Ministri per la funzione pubblica e del tesoro, del bilancio e programmazione economica. A tal fine, entro il mese di marzo l ‘Istat comunica la variazione percentuale di cui al comma 1. Qualora i dati necessari non siano disponibili entro i termini previsti, l’adeguamento è effettuato nella stessa misura percentuale dell’anno precedente salvo successivo conguaglio”.*Gli aumenti sono stati disposti con DPCM 15/03/2022 (0,91%) e con DPCM 25/07/2022 (0,45%), mentre per il 2023 il DPCM 8/01/2024 ha previsto un aumento pari allo 0,98%, e, tuttavia, la circolare del 9 aprile 2024 della Ragioneria Generale dello Stato, per il personale non contrattualizzato rinvia alla comunicazione ISTAT nella quale l’adeguamento retributivo per il medesimo anno, pari al 4,80 per cento, dovrà essere recepito nell’apposito DPCM in corso di perfezionamento, ai sensi dell’articolo 24, comma 2, della legge 23 dicembre 1998, n. 448. In ogni caso, l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie per i lavoratori della p.a. è risultato pari al 4,90%, a marzo 2023, come riportato dalla Relazione trimestrale 1_2023 ISTAT, al 3,3% a settembre 2023 (Relazione trimestrale 3_2023 ISTAT), al 2,2% a dicembre 2023 (Relazione trimestrale 4_2023 ISTAT).
  18. Così si legge sulla pagina dedicata in www.associazionemagistrati.it
  19. I magistrati rappresentano l’1,9% del settore Personale di Diritto pubblico (11.022 unità) su 3,2 Mln di dipendenti pubblici, da risulta dai dati pubblicati su www.openbdap.rgs.mef.gov.it.
  20. Nella tabella contenuta nella nota ISTAT 1° aprile 2021, protocollo generale n. 1082041/21 è riportato il prospetto contenente la struttura della ponderazione:
    Prospetto 5 – Struttura di ponderazione della componente di retribuzione contrattuale utilizzata nella stima del coefficiente per il periodo 2014-2017 (Base dicembre 2010) CCNL DIPENDENTI PESO %
    PERSONALE NON DIRIGENTE
    Ministeri166.5575,382
    Agenzie fiscali e Monopoli di Stato51.2841,657
    Attività dei vigili del fuoco33.4071,079
    Presidenza del Consiglio dei Ministri2.1090,068
    Università – non docenti54.0561,747
    Scuola1.026.27233,162
    Conservatori9.0000,291
    Militari – Difesa129.8484,196
    Forze dell’ordine ad ordinamento militare167.2975,406
    Forze dell’ordine ad ordinamento civile146.7054,740
    Regioni e autonomie locali513.43216,590
    Enti pubblici non economici47.2141,526
    Servizio Sanitario Nazionale557.64918,019
    Ricerca20.1200,650
    TOTALE 2.924.950 94,513
    DIRIGENTI CONTRATTUALIZZATI
    Attività dei vigili del fuoco dirigenti1710,006
    Area 1 (Ministeri e Aziende autonome)2.7730,090
    Area 2 (Regioni e autonomie locali)9.0740,293
    Area 3 (Dirigenti non medici)20.9340,676
    Area 4 (Medici e veterinari)124.2834,016
    Area 5 (Presidi)9.1650,296
    Area 6 (Epne, Agenzie fiscali e Monopoli di Stato)2.6960,087
    Area 7 (Università e Ricerca dirigenti amministrativi)3770,012
    Area 8 (Presidenza del Consiglio dei Ministri)3250,011
    TOTALE 169.798 5,487
    TOTALE (PERSONALE NON DIRIGENTE e DIRIGENTI CONTRATTUALIZZATI)3.094.748 100,000

  21. Docenti universitari: l’adeguamento ISTAT 2021, quello stimato 2022 e alcune previsioni su quelli che arriveranno per gli anni 2020, 2021 e 2022, in www.flcgil.it
  22. Così nel comunicato FLC-CGIL Docenti universitari: adeguamento ISTAT 2024 sarà al 4,8% in www.flcgil.it
  23. Al momento risulta che il testo del nuovo DPCM 2021-2023 è stato bollinato. Se le tempistiche dovessero ricalcare le orme del precedente, il nuovo testo non vedrà la luce prima di agosto 2024, con ulteriore accumulo di ritardo non compensato in termini economici.
  24. Con l’entrata in vigore della Legge 30 dicembre 2010, n. 240, cd. Legge Gelmini, sono state introdotte significative innovazioni alla disciplina del meccanismo di progressione economica dei professori e ricercatori a tempo indeterminato. La legge richiamata ha infatti abolito la vecchia attribuzione automatica biennale della classe/scatto, prevedendo l’introduzione della progressione triennale, non più automatica, bensì subordinata all’esito positivo di apposita valutazione. La legge 27 dicembre 2017, n. 205, “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020”, che all’art. 1, comma 629, ha infine disposto che “con decorrenza dalla classe stipendiale successiva a quella triennale in corso di maturazione al 31 dicembre 2017 e conseguente effetto economico a decorrere dall’anno 2020, il regime della progressione stipendiale triennale per classi dei professori e ricercatori universitari previsto dagli articoli 6, comma 14, e 8 della legge 30 dicembre 2010, n. 240, e disciplinato dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 15 dicembre 2011, n. 232, è trasformato in regime di progressione biennale per classi, utilizzando gli stessi importi definiti per ciascuna classe dallo stesso decreto”.
  25. Cfr. L. IEVA, in Diritto e rovescio cit. laddove si rappresenta che legittimazione sindacale è stata attribuita anche al personale militare (Corte cost.7 giugno 2018 n. 120), che, unitamente alle forze di polizia, ai prefetti, ai diplomatici (funzionari che presiedono ai compiti di conservazione dello Stato) esplicano da tempo speciali forme di “contrattazione” o rectius di “confronto costruttivo”, sui profili di aggiornamento delle retribuzioni, senza che ciò sia affatto considerato “sovversivo”, in quanto il procedimento dialogico , più ché di pura negoziazione, è predeterminato dalla legge speciale di ogni singolo ordinamento e confluisce comunque in un atto di recepimento formale costituito dal decreto del Presidente della Repubblica.
  26. Rimarcano A. MORGIGNI- A. PEPE, Il trattamento economico-professionale cit., che sono riferiti alla data del 1.1.05, gli stipendi dei prefetti e dei diplomatici risultano ben superiori a quelli dei magistrati già un anno prima.
  27. I successivi commi recitano “331. L’importo di cui al comma 330, comprensivo degli oneri contributivi e dell’imposta regionale sulle attività produttive di cui al decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, concorre a costituire l’importo complessivo massimo di cui all’articolo 21, comma 1-ter, lettera e), della legge 31 dicembre 2009, n. 196. 332. Per il personale dipendente da amministrazioni, istituzioni ed enti pubblici diversi dall’amministrazione statale, gli oneri di cui al comma 330, da destinare alla medesima finalità e da determinare sulla base di quanto previsto al medesimo comma, sono posti a carico dei rispettivi bilanci ai sensi dell’articolo 48, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165. 333. Le somme di cui al comma 330 sono ripartite, nell’anno 2023, con uno o più decreti del Ministro dell’economia e delle finanze, sulla base del personale in servizio al 1° gennaio 2023”. L’art. 48 del d.lgs. n. 165/2001, a sua volta, stabilisce che “1. Il Ministero ((dell’economia e delle finanze)), quantifica, in coerenza con i parametri previsti dagli strumenti di programmazione e di bilancio di cui all’articolo 1-bis della legge 5 agosto 1978, n. 468 e successive modificazioni e integrazioni. l’onere derivante dalla contrattazione collettiva nazionale a carico del bilancio dello Stato con apposita norma da inserire nella legge finanziaria ai sensi dell’articolo 11 della legge 5 agosto 1978, n. 468, e successive modificazioni ed integrazioni. Allo stesso modo sono determinati gli eventuali oneri aggiuntivi a carico del bilancio dello Stato per la contrattazione integrativa delle amministrazioni dello Stato di cui all’articolo 40, comma 3-bis. 2. Per le amministrazioni di cui all’articolo 41, comma 2, nonché per le università italiane, gli enti pubblici non economici e gli enti e le istituzioni di ricerca, ivi compresi gli enti e le amministrazioni di cui all’articolo 70, comma 4, gli oneri derivanti dalla contrattazione collettiva nazionale sono determinati a carico dei rispettivi bilanci nel rispetto dell’articolo 40, comma 3-quinquies. Le risorse per gli incrementi retributivi per il rinnovo dei contratti collettivi nazionali delle amministrazioni regionali, locali e degli enti del Servizio sanitario nazionale sono definite dal Governo, nel rispetto dei vincoli di bilancio, del patto di stabilità e di analoghi strumenti di contenimento della spesa, previa consultazione con le rispettive rappresentanze istituzionali del sistema delle autonomie. 3. I contratti collettivi sono corredati da prospetti contenenti la quantificazione degli oneri nonché l’indicazione della copertura complessiva per l’intero periodo di validità contrattuale, prevedendo con apposite clausole la possibilità di prorogare l’efficacia temporale del contratto ovvero di sospenderne l’esecuzione parziale o totale in caso dì accertata esorbitanza dai limiti di spesa.4. La spesa posta a carico del bilancio dello Stato è iscritta in apposito fondo dello stato di previsione del Ministero ((dell’economia e delle finanze)) in ragione dell’ammontare complessivo. In esito alla sottoscrizione dei singoli contratti di comparto, il Ministero ((dell’economia e delle finanze)) è autorizzato a ripartire, con propri decreti, le somme destinate a ciascun compatto mediante assegnazione diretta a favore dei competenti capitoli di bilancio, anche di nuova istituzione, per il personale dell’amministrazione statale, ovvero mediante trasferimento ai bilanci delle amministrazioni autonome e degli enti in favore dei quali sia previsto l’apporto finanziario dello Stato a copertura dei relativi oneri. Per le amministrazioni diverse dalle amministrazioni dello Stato e per gli altri enti cui si applica il presente decreto, l’autorizzazione di spesa relativa al rinnovo dei contratti collettivi è disposta nelle stesse forme con cui vengono approvati i bilanci, con distinta indicazione dei mezzi di copertura. 5. Le somme provenienti dai trasferimenti di cui al comma 4 devono trovare specifica allocazione nelle entrate dei bilanci delle amministrazioni ed enti beneficiari, per essere assegnate ai pertinenti capitoli di spesa dei medesimi bilanci. I relativi stanziamenti sia in entrata che in uscita non possono essere incrementati se non con apposita autorizzazione legislativa. 6. COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 27 OTTOBRE 2009, N. 150. 7. Ferme restando le disposizioni di cui al titolo V del presente decreto, la Corte dei conti, anche nelle sue articolazioni regionali di controllo, verifica periodicamente gli andamenti della spesa per il personale delle pubbliche amministrazioni, utilizzando, per ciascun comparto, insiemi significativi di amministrazioni. A tal fine, la Corte dei conti può avvalersi, oltre che dei servizi di controllo interno o nuclei di valutazione, di esperti designati a sua richiesta da amministrazioni ed enti pubblici”.
  28. Legge 30 dicembre 2021, n. 234, comma 609. Per il triennio 2022-2024 gli oneri posti a carico del bilancio statale per la contrattazione collettiva nazionale in applicazione dell’articolo 48, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e per i miglioramenti economici del personale statale in regime di diritto pubblico sono determinati in 310 milioni di euro per l’anno 2022 e in 500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2023. A valere sui predetti importi si dà luogo, nelle more della definizione dei citati contratti collettivi nazionali di lavoro e dei provvedimenti negoziali relativi al personale in regime di diritto pubblico, in deroga alle procedure previste dalle disposizioni vigenti in materia, all’erogazione dell’anticipazione di cui all’articolo 47-bis, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e degli analoghi trattamenti previsti dai rispettivi ordinamenti, nella misura percentuale, rispetto agli stipendi tabellari, dello 0,3 per cento dal 1° aprile 2022 al 30 giugno 2022 e dello 0,5 per cento a decorrere dal 1° luglio 2022. Tali importi, comprensivi degli oneri contributivi ai fini previdenziali e dell’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) di cui al decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, concorrono a costituire l’importo complessivo massimo di cui all’articolo 21, comma 1-ter, lettera e), della legge 31 dicembre 2009, n. 196. 610. Per il personale dipendente da amministrazioni, istituzioni ed enti pubblici diversi dall’amministrazione statale, gli oneri per i rinnovi contrattuali per il triennio 2022-2024, da destinare alla medesima finalità e da determinare sulla base dei medesimi criteri di cui al comma 609, nonché quelli derivanti dalla corresponsione dei miglioramenti economici al personale di cui all’articolo 3, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, sono posti a carico dei rispettivi bilanci ai sensi dell’articolo 48, comma 2, dello stesso decreto legislativo. 611. Le disposizioni di cui al comma 610 si applicano anche al personale convenzionato con il Servizio sanitario nazionale.In forza dell’art. 3 del d.lgs. n. 165/2001 “1. In deroga all’articolo 2, commi 2 e 3, rimangono disciplinati dai rispettivi ordinamenti: i magistrati ordinari, amministrativi e contabili, gli avvocati e procuratori dello Stato, il personale militare e delle Forze di polizia di Stato, il personale della carriera diplomatica e della carriera prefettizia nonché i dipendenti degli enti che svolgono la loro attività nelle materie contemplate dall’articolo 1 del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 17 luglio 1947, n.691, e dalle leggi 4 giugno 1985, n.281, e successive modificazioni ed integrazioni, e 10 ottobre 1990, n.287. 1-bis. In deroga all’articolo 2, commi 2 e 3, il rapporto di impiego del personale, anche di livello dirigenziale, del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, esclusi il personale volontario previsto dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 2 novembre 2000, n. 362, e il personale volontario di leva, è disciplinato in regime di diritto pubblico secondo autonome disposizioni ordinamentali. 1-ter. In deroga all’articolo 2, commi 2 e 3, il personale della carriera dirigenziale penitenziaria è disciplinato dal rispettivo ordinamento. 2. Il rapporto di impiego dei professori e dei ricercatori universitari ((, a tempo indeterminato o determinato,)) resta disciplinato dalle disposizioni rispettivamente vigenti, in attesa della specifica disciplina che la regoli in modo organico ed in conformità ai principi della autonomia universitaria di cui all’articolo 33 della Costituzione ed agli articoli 6 e seguenti della legge 9 maggio 1989, n.168, e successive modificazioni ed integrazioni, tenuto conto dei principi di cui all’articolo 2, comma 1, della legge 23 ottobre 1992. n. 421. E, tuttavia, con d.l. 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla L. 6 agosto 2008, n. 133, è stato disposto (con l’art. 69, comma 1) che “Con effetto dal 1° gennaio 2009, per le categorie di personale di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, la maturazione dell’aumento biennale o della classe di stipendio, nei limiti del 2,5 per cento, previsti dai rispettivi ordinamenti è differita, una tantum, per un periodo di dodici mesi, alla scadenza del quale è attribuito il corrispondente valore economico maturato. Il periodo di dodici mesi di differimento è utile anche ai fini della maturazione delle ulteriori successive classi di stipendio o degli ulteriori aumenti biennali.”
  29. 1. Per il triennio contrattuale 2022-2024, gli oneri di cui al primo periodo dell’articolo 1, comma 609, della legge 30 dicembre 2021, n. 234, sono incrementati, in aggiunta a quanto già previsto dall’articolo 3 del decreto-legge 18 ottobre 2023, n. 145, di 3.000 milioni di euro per l’anno 2024 e di 5.000 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2025. Gli importi di cui al primo periodo, comprensivi degli oneri contributivi ai fini previdenziali e dell’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) di cui al decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, concorrono a costituire l’importo complessivo massimo di cui all’articolo 21, comma 1-ter, lettera e), della legge 31 dicembre 2009, n. 196. 2. A valere sulle risorse di cui al comma 1, a decorrere dal 1° gennaio 2024, l’emolumento di cui all’articolo 1, comma 609, secondo periodo, della legge 30 dicembre 2021, n. 234, è incrementato di un importo pari a 6,7 volte il suo valore annuale. Tale importo incrementale, per l’anno 2024, è scomputato per il personale a tempo indeterminato che lo ha già percepito nell’anno 2023, ai sensi dell’articolo 3 del decreto-legge 18 ottobre 2023, n. 145. 3. Per il personale dipendente da amministrazioni, istituzioni ed enti pubblici diversi dall’amministrazione statale, gli oneri di cui all’articolo 1, comma 610, della citata legge 30 dicembre 2021, n. 234, per i rinnovi contrattuali per il triennio 2022- 2024, nonché quelli derivanti dalla corresponsione dei miglioramenti economici al personale di cui all’articolo 3, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, da porre a carico dei rispettivi bilanci ai sensi dell’articolo 48, comma 2, del medesimo decreto legislativo, sono incrementati a decorrere dal 2024 sulla base dei criteri di cui al comma 1. Le disposizioni di cui comma 2 si applicano, a valere sugli importi di cui al precedente periodo, anche al personale di cui al presente comma. 4. Le disposizioni del comma 3 si applicano anche al personale convenzionato con il Servizio sanitario nazionale. Sul tema, cfr. anche L. IEVA “La (difficile) retribuzione del magistrato: dinamiche escludenti ed includenti nella recente prassi legislativa” in www.lexitalia.it del 26 settembre 2023, il quale evidenzia la disparità di trattamento tra magistrati di ruolo e quelli fuori-ruolo, posto che in quest’ultimo caso il trattamento stipendiale ha subito un incremento pari al 25% (ex art. 4 d.p.c.m. 23 marzo 2012, emanato sulla base dell’art. 23-ter decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, conv., con mod., dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214).
  30. L’Istat elabora tre tipi di indici che, pur avendo in comune la metodologia di calcolo, la classificazione del paniere e la raccolta dei dati, esprimono caratteristiche diverse: l’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) rappresenta l’indice di riferimento per misurare l’inflazione a livello sistema economico aggregato e ricopre quindi il ruolo di indice centrale e riassuntivo; l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI) si riferisce invece ai consumi dell’insieme delle famiglie che fanno capo a un lavoratore dipendente (operaio o impiegato) ed, rappresentando una misura più aderente al costo della vita, questo indice è utilizzato per adeguare periodicamente i valori monetari, come gli affitti o gli assegni dovuti al coniuge separato; l’IPCA (l’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi dell’Unione Europea), sviluppato per assicurare una misura dell’inflazione comparabile a livello europeo e per verificare la convergenza tra le economie dei paesi membri dell’Unione Europea, viene elaborato da ogni Stato Membro e inviato ad Eurostat, che pubblica gli indici armonizzati dei singoli paesi dell’Ue ed elabora l’indice sintetico europeo, calcolato sulla base dei primi. L’indice IPCA copre la quasi totalità delle spese incluse nell’indice nazionale (NIC), ed anche eventuali riduzioni temporanee di prezzo in alcuni momenti dell’anno (sconti, saldi, vendite promozionali) Risultano esclusi particolari prodotti come i concorsi a pronostici e i medicinali. Per i rilievi critici, F. FAZIO, E. MASSAGLI, M. TIRABOSCHI, “Indice IPCA e contrattazione collettiva” in www.bollettinoadapt.it.

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